«Gaspard de la Nuit», un lavoro fiabesco al limite dell’eseguibile

by | 22 Dic 2016

Il Gaspard de la Nuit di Maurice Ravel è un lavoro del 1908, ispirato all’omonima raccolta di poesie in prosa di Aloysius Bertrand, segnalata al musicista dall’amico catalano Ricardo Viñes, formidabile pianista e grande amante della pittura e della letteratura in generale. Sono versi dal carattere fantastico e grottesco, compilati tra il 1832 e 1836 sotto l’influenza dello scrittore E.T.A. Hoffmann e dell’incisore e disegnatore Jacques Callot. Molto apprezzata dal padre del simbolismo Charles Baudelaire, la raccolta di Bertrand era una rivisitazione in chiave «gotica» del Medioevo – «storie tarlate e polverose» tra castelli, mercati, cattedrali, torri, cimiteri, campanili, patiboli e monasteri, popolati da cavalieri, demoni, silfidi, alchimisti, streghe, gnomi, fate, briganti e mendicanti – filtrata attraverso le lenti, deformanti e ironiche, della figura di «Gaspard», il diavolo in persona.

Sempre attratto da soggetti di natura fiabesca, Ravel ne rimase affascinato, e decise, potendo contare sulla bravura di Viñes come esecutore, di ricavarne un lavoro pianistico al limite dell’eseguibile. Dai vari commenti del compositore sappiamo che si proponeva di creare un lavoro provocatorio, con più di un’allusione agli eccessi virtuosistici dell’Ottocento: «Trois poèmes romantiques de virtuosité transcendante» è la sua descrizione nell’Esquisse biographique (1928); a Maurice Delage asserì che Scarbo doveva essere ancora più difficile dell’Islamey di Balakirev; e al giovane pianista Vlado Perlemuter ammise che aveva voluto rappresentare «una caricatura del Romanticismo», aggiungendo – con quel solito tocco di autoironia – che «forse mi sono lasciato prendere la mano». Delle 65 poesie esoteriche di Bertrand, ognuna preceduta da un’epigrafe (che riportiamo qui di seguito), Ravel ne scelse tre: Ondine, la ninfa ammaliante e insidiosa delle leggende nordiche; Le gibet (La forca), visione allucinata di un condannato a morte; e Scarbo (dal francese antico escarbot, scarabeo), gnomo malefico – rappresentato in una celebre serie di incisioni di Callot – che rovina il sonno del narratore.

 Ondine (Lent): «Credevo di udire una vaga armonia incantare il mio sonno, e intorno a me diffondersi un mormorio come di una voce rotta che tristemente e dolcemente canti» (Ch. Brugnot, I due geni). Pagina «acquatica» (con qualche richiamo ai Jeux d’eau del 1901, a loro volta un rimando ai Jeux d’eau à la villa d’Este di Liszt), è un esempio piuttosto raro nella produzione raveliana di un brano «narrativo». Le blandizie della ninfa cercano di sedurre il protagonista, di invitarlo a unirsi a lei come «re dei laghi», e sono riprodotte da Ravel con una serie straordinaria di tremoli, figurazioni arpeggiate e glissando. Quando l’invitato, resistendo alla tentazione, risponde semplicemente che è innamorato di una donna mortale, Ondina si stizzisce e versa qualche lacrima ambigua (Très lent, un «monologo» di quattro battute), per poi sparire con una risata finale, un ultimo rivolo di pioggia che scorre sulla finestra.

Le gibet (Très lent): «Cosa vedo agitarsi intorno a quel capestro?» (Goethe, Faust). L’ombra di Edgar Allan Poe si erge dietro l’immagine macabra del patibolo intravisto da Faust e Mefistofele nel corso di una cavalcata notturna. Trascritto quasi interamente su tre pentagrammi, il brano è da suonare con gli smorzatori, le «sordine», dall’inizio alla fine, e il lugubre rintocco di una campana – un si bemolle in ottave ripetuto oltre 150 volte con una regolarità assoluta (Sans presser ni ralentir jusqu’à la fin) – accompagna la visione tetra della «carcassa dell’impiccato insanguinata dal sole morente».

Scarbo (Modéré): «Guardò sotto il letto, nel caminetto, nel baule; nessuno. Non riuscì a capire da dove fosse entrato, da dove fosse sparito» (Hoffmann, Racconti notturni). Per le scorribande notturne del «caramogio» Scarbo, il nano beffardo (le nain railleur), Ravel dà libero sfogo ad ogni possibile virtuosismo: note ripetute, accordi massicci, arpeggi sfavillanti, tremolando, salti spericolati, dei crescendo e decrescendo improvvisi, degli accelerando, tutti effetti che esplorano l’intero registro del pianoforte. Il tema principale, «eroico» nella sua inquietudine (e anticipato dalle tre note introduttive), appare dopo una trentina di battute, preceduto da note ripetute minacciose e seguito da motivi agitati e «graffianti» che evocano gli artigli dell’uomo-insetto – quasi un Gregor Samsa kafkiano – che raspano persino sulle cortine del letto. Dopo un’ultima esplosione (fff), quando Scarbo si ingigantisce nella forma di un mastodontico campanile, l’atmosfera si placa poco per volta. L’intruso ripugnante dà l’impressione di essere sparito, ma rimane l’angoscia che si potrebbe ripresentare in qualsiasi istante.

Andrew Starling

Foto in cima: UNSPECIFIED – CIRCA 1875: Maurice Ravel (1875-1937), French composer. LIP-16373. (Photo by Lipnitzki/Roger Viollet/Getty Images)

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