Robert Schumann tra gioia e dolore: le «Danze» della Lega di Davide

by | 12 Gen 2017

«Antico detto: Qualunque sia l’età, / la gioia ed il dolore sono mescolate: /rimani fedele alla gioia / e sii pronto al dolore con coraggio». È l’epigrafe apposta da Schumann come prefazione alla prima edizione delle sue Davidsbündlertänze op. 6, composte di getto tra agosto e settembre 1837, quando il contrasto tra gioia e dolore era quanto mai emblematico dello stato d’animo del musicista. Da un lato, Clara Wieck, dopo un periodo di «raffreddamento» tra i due, aveva appena dato il suo consenso – in segreto – al loro matrimonio, dall’altro la fantasia di Schumann era affollata da quei personaggi immaginari che animavano le pagine della sua rivista, la Neue Zeitschrift für Musik, fondata nel 1834: in primo luogo i suoi due «alter ego», l’impetuoso «Florestano» e l’assorto «Eusebio», ma anche «Chiarina» (Clara), il «Meister Raro» (il padre di Clara e primo insegnante di Schumann) e «F. Meritis» (Mendelssohn). Tutti erano membri di una fantasiosa «Lega di Davide» (Davidsbund) chiamata a combattere contro i Filistei, i «Golia», dell’imperante clima petit bourgeois – il Biedermeier – che regnava in quell’epoca su una musica tedesca di carattere sterile, perlomeno nell’opinione di Schumann.

Le «Danze» della Lega di Davide sono una raccolta complessa di 18 brani, senza particolari legami ciclici, che esprimono i sentimenti spontanei e contrastanti di Florestano e di Eusebio, rappresentati – nella prima edizione – dalle iniziali «F.» e «E.», che Schumann tolse per la seconda edizione del 1850. Clara rimase leggermente perplessa dalla composizione, che trovava «troppo simile al Carnaval, il pezzo che preferisco tra quelli più piccoli che hai scritto». (E il numero d’opera può trarre in inganno. Le Davidsbündlertänze sono posteriori ai Phantasiestücke op. 12, agli Studi sinfonici op. 13 e soprattutto al Carnaval op. 9, dove erano già apparsi Florestano e Eusebio, incarnazioni in musica dei fratelli gemelli Walt e Vult del romanzo Die Flegeljahre [Anni di scapigliatura] di Jean Paul). Né possiamo ignorare che l’ultima pagina del Carnaval portò il titolo Marcia della Lega di Davide contro i Filistei. Soltanto nel 1860, dopo la morte di Robert, Clara eseguì dieci dei brani a Vienna, e si ritiene che la prima esecuzione dell’opera integrale sia stata di Brahms, a Budapest nel 1869. La dedica non è a Clara, nonostante i «molti pensieri matrimoniali» (Viel Hochzeitsgedanken) che il brano contiene nell’immaginazione di Schumann, ma a Walther von Goethe, nipotino del poeta, che in quel momento era allievo «davidico» di Felix Mendelssohn a Lipsia.

Lo spazio non ci consente di soffermarci sui brani singolarmente, ma non possiamo non notare che la pagina inizia subito con la citazione di una mazurka di Clara (Motto von C.W.), tratta dalle sue Soirées musicales op. 6 (e per questo motivo Schumann volle riservare lo stesso numero d’opera per le sue Danze). La parola Humor appare più volte tra le indicazioni, e alle esuberanze di Florestano fanno da contraltare le riflessioni di Eusebio, qualità espressive entrambe facilmente individuabili, e l’atmosfera delicata del secondo brano (Innig, Con intimo sentimento) ricompare come una reminiscenza nel penultimo (Wie aus der Ferne, Come da lontano).

Nella sua prima edizione, pubblicata a proprie spese da Schumann, il lavoro era concepito in due libri di nove brani ciascuno – con una certa alternanza tra le tonalità di sol maggiore e si minore – e si nota che i brani conclusivi di entrambi sono in do maggiore, introdotti (nella sola prima edizione) da commenti delle due «maschere» del musicista: Florestano per l’agitato n. 9 («Florestano conclude, mentre le labbra gli si contraggono dolorosamente»); Eusebio per il serafico n. 18 («Per coronare il tutto, Eusebio aggiunse quel che segue: dai suoi occhi parlava tanta beatitudine»). Se i dodici rintocchi – dei do gravi – segnalano che, a mezzanotte, le danze sono terminate (come i rintocchi che avevano concluso i Papillons op. 2), in realtà si tratta di una «beatitudine» (una Seligkeit) piuttosto ambivalente – un epilogo, un post scriptum nella forma di un valzer delicato – che lascia l’ascoltatore in uno stato di incertezza: che cosa ha provato, gioia o dolore? L’una e l’altro, o l’una è stata attenuata dall’altro? È un dubbio che rimane sospeso a mezz’aria.

Andrew Starling

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