Schubert e il girovagare del Wanderer, l’«estraneo»

by | 19 Gen 2017

Il 1822 è stato l’anno di due celebri lavori di Franz Schubert, la Sinfonia «Incompiuta» e la Fantasia «Wanderer», nel programma di Herbert Schuch agli Amici della Musica, pagine che si seguirono nei mesi autunnali l’una dopo l’altra. Per quale motivo la Sinfonia sia rimasta a uno stato incompiuto (e perché l’autografo sia rimasto nascosto a Graz dai fratelli Hüttenbrenner per oltre quarant’anni) è una questione sulla quale possiamo sorvolare, mentre la Fantasia è un caso molto raro nella produzione di Schubert: una commissione da parte di un facoltoso proprietario terriero e dilettante di musica, Emanuel Karl von Liebenberg, che era stato allievo di Johann Nepomuk Hummel.

È un brano che testimonia il successo incontrato già all’epoca dai Lieder di Schubert, grazie alla mediazione del noto cantante Johann Michael Vogl: non andrebbe dimenticato che il Quintetto con pianoforte «La trota» era stato anch’esso una commissione nel 1819 da un altro dilettante di musica (amico, non a caso, di Vogl) con la richiesta esplicita per una serie di variazioni sul Lied Die Forelle del 1817. Anche il Lied Der Wanderer (Il viandante), del 1816, era molto amato dai connoisseurs, e sebbene ignoriamo da chi è stato scelto come «tema», è innegabile che la Fantasia è un unicum nella produzione pianistica di Schubert, pagina di un notevole virtuosismo tecnico che andò incontro ai gusti Biedermeier di allora, al pianismo brillante dei vari Hummel, appunto, Kalkbrenner e Moscheles. (E la storia vuole che Schubert stesso, non di certo un leone della tastiera, interruppe una sua esecuzione del brano tra amici, esclamando: «Das Zeug soll der Teufel spielen!» [Questa roba se la suoni il diavolo!].)

Se nel Quintetto era stata la melodia della Trota a fornire il tema per una serie di variazioni in un solo movimento, Il viandante pervade tutti e quattro i tempi della Fantasia – da eseguire senza pausa – in una maniera più allusiva. Il momento più intenso del Lied è quello in cui il protagonista riflette sul suo stato di desolazione:

Die Sonne dünkt mich hier so kalt,
Die Blüte welk, das Leben alt,
Und was sie reden, leerer Schall,
Ich bin ein Fremdling überall.

[Qui il sole mi pare così freddo,
i fiori appassiti, la vita scomparsa;
quello che dicono è vano rumore,
dappertutto io sono un estraneo.]
 

Le parole sono accompagnate da una cellula ritmica nella forma di un dattilo (¯˘˘) ed è questa stessa cellula, che si incontra ripetutamente in altri lavori schubertiani (e che ci ricorda anche l’Allegretto della VII Sinfonia di Beethoven), a costituire la base dell’intera composizione. La si incontra sin dalle prime battute (Allegro con fuoco ma non troppo), un annuncio perentorio che si direbbe quasi «orchestrale», dimensione notata pochi anni più tardi nel diario di un giovane studente di Lipsia, tal Robert Schumann. Siamo in do maggiore, mentre un secondo motivo, più lirico, si presenta in mi maggiore, e un terzo motivo offrirà più tardi il materiale per la sezione centrale dello «Scherzo». A conclusione del primo movimento, Schubert prepara il terreno per una modulazione ardita da do maggiore al do diesis minore dell’Adagio, cuore indiscutibile della composizione e citazione letterale della sezione centrale del Lied, seguita da una serie di episodi ornamentali, dapprima delicate ma in seguito di una grande violenza.

L’atmosfera di angoscia si risolve nella giocosità del Presto successivo (in la bemolle, altra modulazione inconsueta), dove la cellula di base si trasforma in un dattilo «puntato» in ritmo ternario, non dissimile a quello, più lento, del primo tempo della Sinfonia «Incompiuta», appena creata.

Il «Trio» centrale flirta con la tonalità remota di re bemolle maggiore, mentre la ripresa della sezione iniziale ci riporta in modo involuto a do maggiore per l’Allegro finale, che si annuncia come una fuga ridondante in ottave (Donnern Fugen – «Fughe tonanti» – osservò Schumann). Ma la tecnicità della fuga era proprietà di Beethoven, e dopo una pagina di contrappunto piuttosto schematico Schubert si abbandona ad un virtuosismo allo stato puro, passaggi esuberanti che a tutt’oggi mettono l’interprete a dura prova. Caso eccezionale per Schubert, la Fantasia venne pubblicata nello spazio di pochi mesi dagli editori Cappi & Diabelli, grazie – è da presumere – alla generosità del suo committente. Era un momento positivo nella vita del musicista, purtroppo di breve durata: alla fine dell’anno si manifestarono i primi sintomi di quella sifilide che lo avrebbe condannato ad una morte prematura. Il girovagare del Wanderer, l’«estraneo», era già segnato.

Andrew Starling

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