Il «Barbiere» musicale di Gioachino Rossini

by | 2 Feb 2017

È da duecento anni che Il barbiere di Siviglia è generalmente salutata come l’opera di Rossini più amata dal grande pubblico. All’età di ventitré anni, nel 1815, il musicista pesarese era già festeggiato come autore di una dozzina di drammi, sia seri che giocosi – come Il signor Bruschino, Tancredi, L’italiana in Algeri e Il turco in Italia – andati in scena in teatri a Venezia, Roma, Milano (La Scala), Ferrara e al San Carlo di Napoli. Per il Carnevale romano del 1816, Rossini venne invitato a presentare un’opera nuova al teatro di famiglia (il Teatro Argentina) del duca Francesco Sforza Cesarini, e fu lo stesso Rossini a scegliere il soggetto, decisione che contribuì non poco agli schiamazzi del 20 febbraio da parte di un pubblico conservatore rimasto affezionato al Barbiere di Siviglia di Giovanni Paisiello, di trent’anni prima. (E a nulla era servito il tentativo di Rossini di scegliere un titolo alternativo – Almaviva, o sia L’inutile precauzione – studiato apposta per difendere la sua rivendicazione di un «moderno gusto teatrale», che comprendeva anche la partecipazione di un coro). «Ieri sera andò in scena la mia Opera – scrisse il musicista alla madre – e fu solennemente fischiata: o che pazzie, che cose straordinarie si vedono in questo paese sciocco».

Tempo pochissimi giorni, tuttavia, e si ribaltò completamente la ricezione del pubblico: «Io vi scrissi che la mia Opera fu fischiata – comunicò Rossini nuovamente alla madre – ora vi scrivo che la suddetta ha avuto un esito il più fortunato mentre la seconda sera e tutte le altre recite date non hanno che applaudita questa mia produzione con un fanatismo indicibile, facendomi sortire cinque e sei volte a ricevere applausi di un genere tutto nuovo e che mi fece piangere di soddisfazione». O forse – in termini più pratici – una claque ostile alla modernità non si è più presentata… (Ed è curioso notare che una sorte simile toccò alla comédie di Beaumarchais a Parigi nel 1775: «Questo povero Figaro – scrisse lo stesso Beaumarchais – sculacciato da una cabala e quasi seppellito il venerdì […] si fece coraggio; e il mio eroe si rialzò la domenica».) Ad ogni modo, da quella serata del 1816 l’unico «Barbiere» musicale – accanto al Figaro mozartiano – era di Rossini.

L’intera opera era costata appena tre settimane di lavoro al velocissimo pesarese, e forse a causa della fretta Rossini fece introdurre l’opera con una Sinfonia già utilizzata precedentemente (mai eseguita, comunque, a Roma), la prima volta a Milano per Aureliano in Palmira (1813), la seconda a Napoli per Elisabetta, regina d’Inghilterra (1815). Del resto, non si era ancora stabilita l’usanza di anticipare qualche tema di un’opera nella Sinfonia introduttiva, come sarà il caso del Guillaume Tell nel 1829: si trattava allora di un’Ouverture, un semplice «richiamo all’attenzione».

La struttura della Sinfonia del Barbiere è quella tipicamente rossiniana: una breve introduzione in tempo lento, con qualche accordo perentorio, seguita da una seconda parte più animata (Allegro con brio) formata da due temi contrastanti, la prima urgente e insistente (in questo caso in mi minore), la seconda più distesa (in sol maggiore). E a suggellare il tutto, non poteva mancare quella «firma» già inconfondibile del «crescendo Rossini», novità apparsa per la prima volta nella Sinfonia della Pietra del paragone (1812), pagina riutilizzata a sua volta per il Tancredi (1813). Un aumento trascinante della dinamica e del complemento degli strumenti accresce la tensione e l’attesa in ogni spettatore: a pochi momenti si alzerà il sipario.

Andrew Starling

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