Divertimento per Orchestra d’archi di Béla Bartók, compositore scosso dagli orrori del nazismo

by | 23 Feb 2017

Agosto 1939: siamo a poche settimane dallo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quando Béla Bartók stava scrivendo di getto – in sedici giorni – il suo Divertimento per archi. Si trovava in Svizzera, ospite tra le Alpi Bernesi di Paul Sacher, il generoso mecenate e direttore che aveva commissionato il brano per la sua Orchestra da Camera di Basilea (e che nel 1936 aveva sollecitato la Musica per archi, percussioni e celesta). Il luogo era idilliaco («Mi sento come un musicista dei tempi passati, ospite di un patrono delle arti… lavoro su commissione», scrisse al figlio maggiore – anch’egli di nome Béla – a Budapest), ma Bartók, come tutti, era tormentato dalle aggressioni del nazionalsocialismo tedesco, che a Budapest godeva dell’appoggio del governo servile e reazionario di Miklós Horthy.

Profondamente scosso dall’Anschluss, l’annessione dell’Austria alla Germania nel 1938 (che a sua volta provocò le atrocità della Kristallnacht), Bartók aveva scritto all’amica svizzera Annie Müller-Widmann: «Esiste il pericolo imminente che anche l’Ungheria si arrenda a questo regime di ladri e assassini. L’unica domanda ora è: quando? come? Non è concepibile che io possa ancora vivere, ancora lavorare – il che è lo stesso – in un paese simile. In verità, sentirei l’obbligo di espatriare, finché ci sia ancora la possibilità».

Bartók era nel pieno della sua maturità, e molto richiesto in vari paesi europei (Francia, Inghilterra e Paesi Bassi) sia come autore che come pianista, ma era dal 1933 che si era rifiutato di suonare in Germania (ove le sue musiche erano state dichiarate «degenerate») e nemmeno a Budapest accettò di suonare in pubblico tra il 1934 e il 1938. Una volta sciolto l’ultimo legame con la capitale ungherese – l’anziana madre morì nel dicembre 1939 – Bartók e la moglie partirono nell’autunno 1940 per gli Stati Uniti, ove la morte colse il compositore, sempre debole di salute, dopo appena tre anni.

Non lasciamoci trarre in inganno dal titolo «Divertimento»: vero è che la vitalità ritmica dei movimenti esterni è quella di prima, e il linguaggio armonico è più accessibile rispetto a quello dei lavoro degli anni precedenti, ma il clima generale è altamente ambiguo, con molte zone d’ombra. Semmai, il titolo fa riferimento, volutamente, al gioco timbrico tra il ripieno e il concertino tipico del concerto grosso barocco, quasi che si tratti di un Rückblick, un commosso sguardo all’indietro – attraverso una «lente» antica – verso una condizione umana priva di angoscia.

Se l’Allegro non troppo iniziale dà l’impressione di una certa spensieratezza, ogni dubbio è fugato dalla desolazione «notturna» dell’Adagio centrale (l’ultimo dei tre tempi a essere composti da Bartók), articolato in una forma ternaria. Le sezioni esterne prendono come spunto un inquieto motivo cromatico che si contorce sopra un basso oscillante, mentre nella sezione centrale (Molto sostenuto) i primi violini lanciano un urlo straziante – con doppi trilli – sopra un ostinato sinistro introdotto dagli archi gravi (viole, violoncelli e contrabbassi). Più distesa l’atmosfera dell’Allegro assai finale, con i suoi rimandi ad energici ritmi folcloristici, ma la cupezza non è mai lontana: un episodio in stile fugato porta ad una cadenza «tzigana» del primo violino, mentre passaggi di una concitazione estrema, verso la fine, sono interrotti dalla trasformazione del tema principale in una bizzarra Polacca in pizzicato (Grazioso, scherzando). Un ultimo gesto di commiato, di un’ironia amara, a un continente sull’orlo della devastazione.

Il compositore era già in fase di partenza per gli Stati Uniti, quando il Divertimento ebbe la sua prima esecuzione nel giugno 1940 a Basilea, sotto la direzione dell’amico Sacher.

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