Hans Werner Henze, temperamento tedesco «proiettato nell’arioso del Sud»

by | 3 Mar 2017

Il tedesco Hans Werner Henze (1926-2012) è uno dei compositori più elusivi della seconda metà del Novecento, autore di un catalogo prolifico che copre ogni genere – opere, teatro musicale, balletti, sinfonie, concerti, musiche cameristiche, vocali e corali – ma che nello stesso tempo respinge ogni cifra stilistica generica.

Costretto in giovane età a far parte del Gioventù Hitleriana (arruolato nel 1945, venne catturato subito dall’esercito inglese), iniziò a comporre già nel 1946, frequentando – insieme a Boulez, Stockhausen e Nono – i celebri corsi estivi di Darmstadt. Ma nel 1953, turbato dal clima opprimente – nonché omofobo – della Germania del dopoguerra, decise di trasferirsi nel 1953 in un’Italia più lussuriosa, ove passò il resto della vita, dapprima a Ischia e quindi, dai primi anni ’60, a Marino, tra i Castelli romani. Ed è Henze stesso a offrirci una piccola chiave illuminante: «[Il mio] è un temperamento “contrappuntistico” tipico della Germania settentrionale proiettato nell’”arioso” del Sud». Forma e espressione, in uno stato continuo di flusso e di pluralismo stilistico.

Possiamo soltanto accennare all’importanza dei testi messi in musica da Henze (dalle tragedie greche alle poesie dell’amica Ingeborg Bachmann); all’originalità timbrica delle sue strumentazioni; e a quella militanza politica – con più d’una visita a Cuba – che lo distinse a cavallo degli anni ’60/’70. Da questa attenzione nacque nel 1976 il Cantiere Internazionale d’Arte di Montepulciano, voluto dal compositore («uno dei miei pochi successi politici», come notò con un certo rammarico) per dare un’espressione comunitaria al fare musica insieme. «Se la musica facesse parte della vita quotidiana di ognuno, come dovrebbe fare, vi sarebbe meno aggressività e più uguaglianza, più amore, sulla terra: la musica è un mezzo di comunicazione e di comprensione, un mezzo di riconciliazione». Parole di un outsider, di un idealista, che continuano a far riflettere.

I cinque Nachtstücke nel programma del concerto di Lorenza Borrani e Gabriele Carcanofurono scritti da Henze durante l’inverno del 1989/1990 – in circostanze piuttosto singolari – per il violinista britannico Peter Sheppard Skærved. «Il compositore si era recato in vacanza – ricorda il violinista – su un’isola delle Caraibi che gli era stata descritta come molto tranquilla e riposante, ma l’albergo si rivelò tutt’altro che calmo. Le notti erano disturbate dal fracasso continuo di moto potenti e di disco music, e per occupare le ore insonni il compositore si mise a scrivere questi cinque “Notturni”, sotto certi aspetti un pendant “arcadico” all’imponente Sonata per viola e pianoforte di dieci anni prima». Sono cinque miniature molto suggestive che abbinano l’intensità espressiva di un Alban Berg alla concisione compressa di un Anton Webern.

E con quel tipico senso d’umorismo autoironico, Henze strizzò l’occhio allo stesso dedicatario del lavoro, dando il titolo «Hirtenlied» a due dei pezzi: canti di un «pastore», ossia «shepherd» in inglese…

Andrew Starling

 

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