Leoš Janáček e il Quartetto n. 2 (1928), «Lettere intime»

by | 24 Mar 2017

La figura di Leoš Janáček è una delle più singolari nella storia della musica nei primi decenni del Novecento. Nato a Hukvaldy in Moravia nel 1854, compì i suoi studi musicali (di pianoforte, organo e composizione) a Praga, a Lipsia e a Vienna, per poi tornare nella capitale morava di Brno – per nulla «provinciale», ma giudicata tale dai boemi praghesi – dove svolse un’attività circoscritta: da un lato come insegnante e direttore di coro (e soltanto marginalmente come compositore), dall’altro a raccogliere e a trascrivere centinaia e centinaia di motivi della musica popolare morava. Furono gli anni fondamentali in cui presero forma poco per volta i tratti salienti del linguaggio stilistico di Janáček – sostanzialmente autodidatta, rinnegando gli studi – che avrebbero distinto la sua produzione successiva (vocale, strumentale, orchestrale e soprattutto teatrale). L’opera Jenůfa, composta con fatica tra il 1895 e il 1903, ebbe una prima esecuzione a Brno nel 1904, ma fu soltanto nel 1916 che il lavoro approdò all’Opera di Praga, procurando una notorietà immediata al musicista – più che sessantenne – che si propagò ben presto nel resto d’Europa e poco dopo negli Stati Uniti.

Fu l’inizio di un’ultima stagione creativa di una fertilità impressionante, che comprese le opere Kát’ja Kabanová, La volpe astuta, L’affare Makropoulos e Da una casa di morti, assieme ad altre pagine come la rapsodia sinfonica Taras Bulba, il ciclo vocale Il diario di uno scomparso, i due Quartetti per archi, la Sinfonietta e la Messa glagolitica, ognuna delle quali trasse ispirazione in varia misura dalla figura di Kamila Stösslová, moglie di un antiquario di Pisek, di cui il musicista si era invaghito nel 1917. Mai consumato, l’amore dell’infatuato Janáček – sposato anch’egli – fu tollerato da Kamila, di 37 anni più giovane, la quale si compiacque, con una certa reticenza, di essere l’inaspettata musa di un compositore dalla fama in continua ascesa. Gli incontri tra i due furono piuttosto infrequenti, ma ci sono state tramandate oltre 700 lettere – più di 500 sono di Janáček – che da un lato documentano la passione sfrenata, per certi versi adolescenziale, del musicista, dall’altro la compostezza di Kamila. E a suggello della sua passione, Janáček scrisse il Quartetto (in programma nel concerto del Quartetto Akilone) a pochi mesi dalla sua scomparsa nel 1928, proponendo in un primo momento di dargli il titolo «Lettere d’amore» e di assegnare la parte della viola alla voce, flebile ma sensuale, di una viola d’amore. Per avvicinarci alla poetica di Janáček, è opportuno ricordare che quasi tutta la sua musica – anche quella strumentale – possiede una dimensione vocale legata intimamente alle inflessioni del linguaggio parlato: delle «piccole melodie della parola» (nápĕvky mluvy, il termine dello stesso musicista) che condizionano una metrica estremamente irregolare e che trova espressione il più delle volte in motivi e incisi di breve durata, spesso ripetuti ossessivamente come degli ostinato. E in fatto di armonia, il musicista si concede – ispirato anche da Debussy – la più grande libertà: le vecchie regole del «circolo delle quinte» sono sovvertite e Janáček giustappone tonalità diverse con estrema disinvoltura, pur rimanendo in ambiti armonici fondamentalmente tradizionali (che, nel caso del Quartetto di questa sera, gravitano intorno a re bemolle, una delle tonalità «scure» preferite dall’autore).

Formalmente, il Quartetto è diviso in quattro movimenti, ma in ognuno vi sono frequentissimi cambiamenti di tempo: nello spazio di poche pagine  – talvolta sulla stessa pagina – si passa repentinamente da Allegro a Adagio, da Vivace a Andante, da Presto a Grave (e quasi sempre con precisissime indicazioni metronomiche). Questi cambiamenti bruschi, che spesso riguardano anche l’andamento metrico, sono il termometro dello stato d’animo di Janáček, che oscilla tra gli estremi di un’agitatissima esaltazione e una profonda tristezza. E più volte la viola è chiamata a «rappresentare» la figura di Kamila, che entra e esce di scena in continuazione.

Stando alle lettere del compositore, il primo movimento evoca l’emozione provata da Janáček al primo incontro con Kamila, «l’impressione quando ti vidi per la prima volta»: il motivo spettrale della viola (sul ponticello) allude al canto della zigana Stefka nel Diario di uno scomparso, modellata a sua volta sulla stessa Kamila.

Il secondo movimento ricorda invece l’incontro dei due alle Terme di Luhačovice nell’estate del 1921, dopo una separazione di diciotto mesi, ed è nuovamente la viola a introdurre i due temi principali. L’immaginazione di Janáček ha varcato ogni confine: «Oggi ho messo in musica la mia più dolce nostalgia. Lotto con lei. Ma lei vince. Tu metti al mondo un figlio. Che destino avrebbe questo figlio? E quale tu stessa? La musica suona così come tu sei, sorridente e in lacrime» (8 febbraio 1928). A metà del brano, dei «bisbigli» (flautato) del secondo violino precedono un distorto motivo di danza (un’allusione all’orchestrina delle Terme) e la ricomparsa dei temi principali del movimento d’apertura.

Il terzo movimento, una «trasfigurazione dell’immagine» di Kamila, diede una soddisfazione particolare al musicista: «Oggi mi è venuto, come se la terra tremasse. Sarà il migliore. Se solo mi riuscisse così bene anche l’ultimo. Esprimerà il timore per te» (18 febbraio). E invece: «In quest’ultimo non risuona il timore per la bella donnola, ma un grande anelito e nello stesso tempo il suo appagamento». Difatti, l’ultimo movimento sembra prima lanciarsi in una danza sfrenata dei sensi, per poi rassegnarsi ad un lungo, estenuante  addio, sobbalzando da ultimo in un estremo, doloroso sussulto.

Andrew Starling

 

Share This