La Sinfonia n. 29 di Mozart, «un piccolo miracolo di inventiva e di brillantezza»

by | 12 Mag 2017

Con la Sinfonia n. 29 in la maggiore ci troviamo nella primavera del 1774 a Salisburgo, dove Mozart e il padre Leopold – dopo una terza visita in Italia (per l’opera Lucio Silla, andata in scena al Teatro Regio Ducale di Milano) – erano tornati da un anno, e si stavano adeguando, non senza qualche malumore, al carattere rigido del principe-arcivescovo Hieronymus Colloredo, eletto al governo della città nel 1772. A Wolfgang venne  assegnato l’incarico, con uno stipendio minimo, di uno dei Konzertmeister della Hofkapelle, ma le speranze di Leopold, come Vice-Kapellmeister, di succedere al suo superiore Giuseppe Lolli nel 1772 andarono deluse: il nuovo arcivescovo preferì affidare l’incarico al napoletano Domenico Fischietti, con risultati  non proprio eccelsi.

Al seguito di Colloredo a Vienna nell’estate del 1773, padre e figlio vi rimasero per quasi due mesi, e se non ebbe successo l’ennesimo tentativo di Leopold di ottenere un posto per Wolfgang presso la corte di Maria Teresa, è evidente che le musiche ascoltate, o perlomeno esaminate, in quel periodo – come le recenti Sinfonie «Sturm und Drang» e i Quartetti op. 20 di Haydn – ebbero un effetto significativo sulla creatività del musicista diciassettenne. Di ritorno a Salisburgo, Wolfgang si cimentò nella «piccola» – ma drammatica – Sinfonia (n. 25) in sol minore, seguita qualche mese più tardi dall’odierna pagina in la maggiore, la prima delle sue Sinfonie a ottenere una popolarità ancora oggi immutata. (E tra gli altri lavori di questo periodo troviamo il suo primo Concerto originale per pianoforte, K. 175, il Concerto per fagotto e varie composizioni corali, di dimensioni contenute, per la liturgia della corte.) Abbandonando la forma convenzionale, in soli tre movimenti, dell’«Ouverture italiana» che aveva caratterizzato le cosiddette «Sinfonie salisburghesi» precedenti, Mozart scelse un organico compatto (agli archi si affiancano soltanto coppie di oboi e di corni) ed una articolazione nei quattro tempi consacrati da Haydn (con un Menuetto in terza posizione), creando un piccolo miracolo di inventiva e di brillantezza. Con l’eccezione del Menuetto, tutti i movimenti sono in forma-sonata, con una dualità tematica, quasi sempre in maggiore, che si presenta in ritmi ora energici ora distesi, con qualche ombreggiatura passeggera in minore.

Alla fluidità scorrevole dell’Allegro moderato iniziale segue un Andante (re maggiore) di una grande eleganza, un «arioso» delicato in ritmo puntato per i primi violini (che, assieme ai secondi, suonano con sordini fino alle ultime battute), dove si nota una maggiore partecipazione soprattutto da parte degli oboi, che al termine riprendono (forte) – e per la prima volta – le prime battute del tema principale.

Un vivace ritmo puntato si ripresenta nel Menuetto, e ogni ripresa della melodia è preceduta da un richiamo insistente degli oboi e dei corni, simile  ad una «queste» (il francese «quête», una ricerca), che all’epoca annunciava ai cavalieri e ai segugi che la caccia era sul punto di partenza. E la «chasse» – nel tipico ritmo vitale di 6/8 – parte di gran carriera nell’Allegro con spirito finale, un galoppo movimentato che rallenta ad un passo di «trotto» soltanto per il secondo soggetto, introdotto dai secondi violini. Grazia, equilibrio, vitalità:  tre qualità inconfondibili dell’arte mozartiana.

Andrew Starling

Share This