Mendelssohn, la Sinfonia «Riforma» e il tema della Sagra Musicale Umbra 2017

by | 23 Giu 2017

Lo stesso titolo della Quinta Sinfonia di Mendelssohn – la «Riforma» – ci porta diritti al cuore del tema della Sagra Musicale Umbra di quest’anno, la rottura dottrinale tra la Chiesa romana e il Luteranesimo, confessione che oggi viene compresa sotto il termine generico di Protestantesimo (al cui interno si collocano altri rami nati anch’essi nel Cinquecento, come il Calvinismo e l’Anglicanesimo).

Come ispirazione per il lavoro, Mendelssohn scelse il terzo centenario della «Confessione di Augsburg», che la Germania si apprestava a celebrare nell’estate del 1830. Le prime avvisaglie di tensioni con  la Chiesa di Roma avevano avuto luogo nel 1517, anno delle famose 95 Tesi di Wittenberg stilate e propagate da Martin Lutero (scomunicato nel 1521) come protesta contro le usanze romane che il dottore di teologia, ex-frate agostiniano, giudicava illecite. La denuncia di Lutero trovò un terreno molto fertile, e alla Dieta di Augsburg del 1530 Carlo V, Imperatore all’epoca del Sacro Romano Impero, convocò i teologi «ribelli» – insieme a tutti i regnanti territoriali della Germania – con l’invito a presentare un nuovo documento confessionale, più approfondito. A preparare la Confessio era stato l’amico e collega del fuorilegge Lutero, Filippo Melantone, e il documento ottenne l’adesione di un numero significativo dei principi regionali, primo fra tutti l’Elettore Giovanni di Sassonia. (E altre proteste – più «politiche» che teologiche, in verità – arrivarono negli stessi anni dall’Inghilterra di Enrico VIII, scomunicato anch’egli nel 1535.) In parole povere, tornare indietro era impossibile: Carlo aveva un  bisogno impellente di mantenere un’alleanza militare con i vari principi «luterani» e da quel momento la Chiesa romana iniziò a perdere molte congregazioni nell’Europa settentrionale. Dopo altri periodi di conflitto, l’autorizzazione a professare la fede luterana venne sancita formalmente all’interno  del  Sacro  Romano  Impero  nel  1565,  secondo  la  formula «Cuius regio, eius religio»: la scelta del regnante territoriale era determinante per stabilire la confessione di ogni singola regione, lasciando libero il fedele – all’occorrenza – di trasferirsi altrove. E nel  1580 venne pubblicato il Libro della Concordia, documento riassuntivo che tuttora sta alla base del Protestantesimo luterano.

A prima vista, potrebbe sembrare strano che Felix Mendelssohn, nato in una celebre famiglia ebrea, abbia voluto festeggiare la nascita del Protestantesimo, ma questo sarebbe dimenticare che il nonno Moses era stato un importante filosofo liberale ed illuminista (favorendo una maggiore integrazione sociale tra il Giudaismo e il Cristianesimo) e che all’età di sei anni, per volontà del padre Abraham, Felix era stato battezzato nella fede cristiana. A partire dal 1812, gli ebrei prussiani potevano godere degli stessi diritti civili di tutti, a condizione che si convertissero formalmente, e Felix lavorò alacremente a soggetti  cristiani, dalla riesumazione della Passione secondo Matteo di Bach nel 1829 al grandioso oratorio Paulus del 1836, evocazione della figura di uno dei primi ebrei ad abbracciare gli insegnamenti messianici.

Ma torniamo al lavoro in programma per il concerto del 9 settembre al Teatro Morlacchi, ricordando innanzi tutto che la numerazione delle Sinfonie di Mendelssohn segue l’ordine cronologico della loro pubblicazione e non quello della loro composizione: anteriore alla Seconda (Lobgesang), alla Terza (Scozzese) e alla Quarta (Italiana), la Riforma risale all’inverno 1829-30 – il musicista aveva appena vent’anni – e cade tra le due tappe del suo grand tour, in Scozia nel 1829 e in Italia tra il 1830-31. Per motivi non del tutto chiari (forse da ascrivere alla rapidità della sua composizione), il lavoro non venne accettato per le celebrazioni del 1830 e dovette attendere il 1832 per una prima – ed unica – esecuzione a Berlino (quando portò il titolo di Symphonie zur Feier der Kirchen-Revolution, Sinfonia di festa per una Rivoluzione Ecclesiastica), dopo di che scomparve dalla circolazione. Visto il suo insuccesso – la pagina venne respinta dall’Orchestra del Conservatorio di Parigi come «trop académique, trop de fugato, trop peu de mélodies» – Mendelssohn contemplò persino la sua soppressione, e la partitura venne pubblicata soltanto nel 1868, oltre vent’anni dopo la sua morte.

Solenne ed ieratica l’introduzione in re maggiore, affidata in gran parte ai fiati, agli archi gravi e agli ottoni, in cui è evidente un clima di tensione  tra un motivo da «fanfara», a modo di Corale «battagliero», e la comparsa eterea  nei  violini  –  dopo  ben  30  battute  di  silenzio  –  del cosiddetto «Amen di Dresda», una sequenza cadenzale di sei note ascendenti, molto popolare nella liturgia sassone, che verrà citata anche da Wagner nel Parsifal per simboleggiare il Graal. Scatta quindi l’Allegro con fuoco in minore, di grande animazione, e torna un’atmosfera di conflitto tra il tema da fanfara e un secondo motivo più morbido (primi violini), sebbene di breve durata. Ricompare l’Amen, senza tuttavia risolvere i contrasti, che a poco a poco si riprendono con una rinnovata energia. Più convenzionali – e meno carichi di allusioni sacrali – i due movimenti successivi, uno Scherzo delicato (in si bemolle) e un breve Andante in sol minore, un «arioso» per i primi violini con una partecipazione minima dei fiati, che prelude al Finale, basato invece sul celeberrimo Choral scritto dallo stesso Lutero, Ein’ feste Burg ist unser Gott (Il nostro Dio è una fortezza sicura). E non è certamente un caso che il tema viene esposto in solitudine dal flauto, uno degli strumenti preferiti dello stesso Lutero, grande appassionato di musica. Il Choral viene assoggettato a tutta una serie di elaborazioni in stile fugato, tornando alla conclusione per una ripresentazione di grande enfasi. Rimangono pochi dubbi sull’identità del vincitore della «rivoluzione chiesastica».

Andrew Starling

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