Le quattro Missae breves di Johann Sebastian Bach

by | 20 Lug 2017

«Illustrissimo Kurfürst, con la più profonda Devotion offro a Vostra Altezza Reale il presente modesto lavoro [Geringe Arbeit], frutto di quella scienza che io ho acquisito nella Musique, insieme con la deferentissima preghiera di volerlo considerare con occhi molto indulgenti, non per il fatto che si tratta di una cattiva Composition, bensì in virtù della Sua ben nota Clemenz, e di degnarsi di prendermi sotto la Sua potentissima Protection […] Una tale benigna accoglienza alla mia umilissima preghiera mi impegnerebbe ad una gratitudine infinita e io mi offro con tutta l’obbedienza dovuta, ogni qualvolta Vostra A. R. benevolmente lo desideri, a mostrare il mio indefesso zelo nel comporre musica sacra [Kirchen Musique] come pure per l’Orchestre e a dedicare tutte le mie forze al suo servizio».

 Siamo nel luglio 1733, e le parole piene di ossequio sono di Johann Sebastian Bach per accompagnare la presentazione a Dresda di una Missa al potente Friedrich August II, che era stato appena nominato Principe Elettore della Sassonia, oltre che re di Polonia, in successione al padre. Era un periodo difficile per Bach, da dieci anni Kantor della Thomasschule e Director Musices della città di Lipsia: i rapporti con il Municipio e con il Bürgermeister erano molto tesi e l’appello al sovrano sassone è generalmente interpretato come un desiderio – poco velato – di cercare un nuovo impiego. Sarebbero passati tre anni prima che il musicista ricevesse una risposta, ma ciò nondimeno alla Missa Bach fece seguire una serie di Cantate profane destinate alla famiglia del sovrano (sposato con l’arciduchessa asburgica Maria Josepha d’Austria), brani eseguiti a Lipsia – e presumibilmente anche a Dresda – per celebrare occasioni come l’incoronazione a Cracovia, assieme a vari compleanni e giorni genetliaci.

A questo dobbiamo aggiungere la situazione confessionale anomala che vigeva all’epoca a Dresda: la stragrande maggioranza della popolazione era di fede protestante, ma il nuovo Elettore – come il padre Friedrich August I, nel 1697 – aveva dovuto abbracciare quella cattolica (contro la volontà della madre, peraltro) per poter mantenere il suo diritto al trono polacco. Al punto che la Hofkapelle di Dresda – dedita soprattutto ad una ricchissima attività orchestrale e operistica – dovette mantenere due gruppi corali distinti per la musica sacra: l’uno per i riti cattolici che si svolsero alla Hofkirche del palazzo reale, l’altro per i riti protestanti, che si tennero  alla  Sophienkirche  cittadina  (dove,  da  pochi  mesi,  il  figlio primogenito di Bach, Wilhelm Friedemann, era stato assunto come organista). Una convivenza, non senza momenti di tensione, che aveva pochi paralleli negli altri stati tedeschi di allora. Se ci siamo dilungati sulla questione, è perché la partitura presentata da Sebastian all’Elettore – tutt’altro che un «modesto lavoro» [!] – aveva un carattere particolare: un Kyrie solenne e un festoso Gloria che, quindici anni più tardi, avrebbero costituito le prime due pagine della mirabile Messa in si minore. Due pagine in latino, le prime due parti dell’Ordinarium cattolico, che al contempo erano ammesse nel rito luterano – anche in quello, piuttosto severo, praticato a Lipsia – in occasione di festività speciali, come la Pasqua e il Natale. È un genere che viene  spesso definito come «Missa brevis», perché privo, perlomeno in una forma polifonica, delle altre tre parti dell’Ordinarium (Credo, Sanctus-Benedictus e Agnus Dei), ma si tratta in fondo di un termine improprio: nel rito incoraggiato – ma mai imposto – da Lutero, le parti «mancanti» (soprattutto il Credo, Wir glauben all’ an einen Gott) venivano intonate dall’intera congregazione nella forma di parafrasi in vernacolo, messe in musica in maniera semplice o da Lutero stesso o da altri suoi colleghi e simpatizzanti. Kyrie e Gloria, quindi, come pagine «interconfessionali», che con una certa fragilità tennero uniti cattolici e protestanti. Non ci è dato sapere se la Missa federiciana venne mai eseguita a Dresda (dove erano  già attivi musicisti di riguardo come Jan Dismas Zelenka e il Kapellmeister, di fresca nomina, Johann Adolf Hasse), ma nel 1736 Bach poté trarre soddisfazione dalla nomina a Hof-Compositeur, incarico onorario che non ebbe un seguito particolare, se non quello di prestigio.

Per motivi che ignoriamo nei dettagli, Bach tornò al genere della «Missa brevis» tra il 1738 e il 1739 per le quattro pagine in programma il 15 settembre alla Basilica di San Pietro, lavori «parodistici» che per molto tempo, e ingiustamente, sono stati rilegati in secondo piano dagli studiosi. «Parodie», perché quasi tutte le pagine delle Missae sono rifacimenti di brani scritti tra il 1723 e il 1726 per quei cicli annuali di Cantate sacre che ci sono giunti in forma incompleta. Era una procedura pragmatica che Bach aveva già sperimentato più volte, tra l’altro con l’Oratorio di Natale del 1734 (dove notiamo che il primo coro venne «ripescato» da una Cantata profana per celebrare il compleanno – guarda caso – dell’arciduchessa Maria Josepha).

Dei 24 brani che compongono le Missae, 20 ci sono giunti anche nella loro forma originale, i cui testi in tedesco vennero riadattati da Bach al latino dell’Ordinarium, con la partecipazione di un’orchestra di dimensioni medie, un gruppo di archi con basso continuo al quale si affianca un complemento variabile di fiati. Da un punto di vista formale, le quattro Missae seguono una struttura identica: un Kyrie tripartito per il coro, seguito da un Gloria suddiviso in cinque sezioni, in cui due cori esterni inquadrano tre arie solistiche. E notiamo che le interpretazioni di questa sera di Michael Alexander Willens, in linea – con ogni probabilità – con le prassi esecutive dell’epoca, sono affidate a soltanto quattro cantanti, che assumono anche il ruolo del coro.

 

Andrew Starling

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