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Alfred Schnittke, l’enigmatico

Alfred Schnittke, scomparso ad Amburgo nel 1998 all’età di 63 anni, è stato uno dei più celebri compositori russi dopo la generazione di Shostakovich, ma allo stesso tempo uno dei più difficili da “collocare”, tanta è stata la contraddizione tra gli elementi multidimensionali che costituivano il suo poli-stilismo: la tonalità si contrappone all’atonalità, la consonanza alla dissonanza, la parodia alla spiritualità, e una continua varietà dei tessuti armonici e delle dinamiche è fortemente marcata.

La stessa vita di Schnittke è stata piuttosto tormentata: nato nel 1934 a Engels — tra il 1918 e il 1941 una Repubblica sovietica autonoma per i tedeschi del Volga — da una madre di origine tedesca e da un padre ebreo della Lettonia, studiò tra il 1953 e il 1958 al Conservatorio di Mosca, dove in seguito insegnò strumentazione. Ma i suoi primi lavori, molto radicali, non ebbero l’approvazione dell’Unione dei Compositori ed egli dovette ricorrere alla composizione di musiche cinematografiche (oltre 60 colonne sonore, tra cui anche cartoni animati) per potersi mantenere. Poco per volta si allentarono le restrizioni delle autorità sovietiche e i brani di Schnittke cominciarono a sbarcare in Occidente, grazie soprattutto all’aiuto di amici come Mstislav Rostropovich, Vladimir Spivakov, Yuri Bashmet e Gidon Kremer (il quale eseguì un suo brano a Perugia già nel 1977).

Nel 1990 Schnittke si trasferì stabilmente ad Amburgo, ove venne nominato professore di composizione presso la Musikhochschule (in successione a György Ligeti), e la sua vastissima produzione venne finalmente alla conoscenza di un pubblico sempre più numeroso: nove Sinfonie, tre opere liriche, balletti, musiche di scena, Concerti grossi, Concerti solistici per violino, per violoncello e per pianoforte (nonché per violino, viola e violoncello), un Quintetto con pianoforte, quattro Quartetti per archi – il Quarto ebbe la sua prima esecuzione italiana proprio a Perugia –, altre musiche da camera e vari lavori vocali e corali. Dopo aver subìto un ictus nel 1985, la salute di Schnittke andò peggiorando e la morte prematura lo colse, come già ricordato, nel 1998.

Il lavoro in programma per il concerto di Ilya Gringolts e Peter Laul alla Basilica di San Pietro è la Prima di tre Sonate per violino e pianoforte, pagina “giovanile” del 1963 – eseguita per la prima volta nel 1964 dal violinista Mark Lubotsky, con lo stesso Schnittke al pianoforte — che ancora oggi lascia l’ascoltatore incerto sulla “firma” di Schnittke, quel confine ambiguo tra il serioso e il parodistico, tra il “dotto” e il popolare, il tutto espresso con una estrema irregolarità ritmica. Lasciamo la parola allo stesso autore: «Il lavoro è stato il mio primo incontro con la tecnica dodecafonica, ma si tratta di una serialità regolamentata che varia da un movimento all’altro. È un viaggio tonale su una strada atonale, con caratteristiche tematiche piuttosto tradizionali, che comprendono delle “pseudo-citazioni” tratte dalla musica folkloristica e dal Secondo Trio di Shostakovich». Se le strutture dodecafoniche devono molto al Concerto per violino di Alban Berg, quelle ritmiche richiamano Stravinsky, “soprattutto quelle figurazioni ‘zoppicanti’, irregolari, del secondo movimento (Allegretto). Nei miei primi anni al Conservatorio di Mosca, rimasi affascinato da quegli ostinato, da quegli ‘inciampi’ tipici del suo stile”.

Per quanto riguarda le “pseudo-citazioni”, abbiamo a che fare con un noto canto russo (Barynya ty moya, O madama mia) nella coda del terzo movimento e con la popolarissima canzone messicana La Cucuracha [!] nel Finale. Più allusivo, invece, il riferimento a Shostakovich nel Largo, che è in una delle forme preferite dal pietroburghese, una Passacaglia su un motivo ricorrente. Il movimento si annuncia con un accordo inaspettato di do maggiore, il primo di una cellula di quattro accordi (ffppffpp) di una grande densità, nei quali l’ascoltatore attento individuerà il monogramma B-A-C-H, ma innalzato di un tono (do – si – re – do diesis), cellula che ricomparirà più volte in altre composizioni di Schnittke.

Frenetica l’atmosfera dell’Allegretto scherzando finale, ove compare subito lo “scarafaggio” messicano, e che dopo un’ulteriore accelerazione (Allegro) e un nuovo accenno alla cellula B-A-C-H (Largo) si risolve in un lungo accordo tenuto (pianoforte) di do maggiore, disturbato dalle ultime due note in pizzicato – note “estranee” – del violino.

Alfred Schnittke l’enigmatico: un “uomo nel mezzo” (A man “in between”), un uomo complesso, “nato nel posto sbagliato”, come amava dire egli stesso. “Non sono io che scrivo la mia musica, sto solo sistemando quello che sento. Sono un utensile, uno che trasmette”.

Andrew Starling


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