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Béla Bartók e il suo rapporto con il Quartetto

L’insieme dei Quartetti di Beethoven, e in modo particolare quelli ultimi degli anni 1824-26, è stato un’eredità terribilmente scomoda. Per intere generazioni, chi si accostava al genere del quartetto d’archi – pensiamo a Mendelssohn, a Schumann, a Brahms – dovette farlo in presenza di un’ombra immensa dietro le spalle, e in fondo fu soltanto con i radicali mutamenti linguistici del tardo-romanticismo espressionista (di Zemlinsky, Schoenberg, Webern e Berg) che i compositori ebbero il coraggio di riaffrontare un genere in cui tutto sembrava già detto, già espresso.

Il ventisettenne Béla Bartók, al quale si pronosticava un grande futuro come pianista ma non ancora come compositore, si cimentò nel genere per la prima volta nel 1908: si tratta di un lavoro immaturo ma già molto originale, nel quale si scorge l’influenza di Richard Strauss e di Debussy assieme a motivi di derivazione folclorica, motivi autentici che il musicista aveva iniziato a raccogliere «sul campo» assieme all’amico Zoltán Kodály. Passarono altri dieci anni – gli anni dell’opera Il castello di Barbablù, del balletto Il principe di legno e di pagine pianistiche come le 14 Bagatelle, l’Allegro barbaro e la Suite – prima che Bartók si misurasse nuovamente con il quartetto, una pagina affascinante che risente dei motivi folclorici arabi che egli aveva raccolto nell’Africa settentrionale nel 1913. Ancora dieci anni, quelli del Mandarino meraviglioso, delle Sonate per violino e di altri lavori per pianoforte (il Primo Concerto, la Sonata e la Suite All’aria aperta), e tra il 1927 e il 1928 Bartók compose altri due Quartetti, l’uno dopo l’altro (con la sola parentesi delle Rapsodie per violino). Questa volta, è verosimile che il catalizzatore sia stato la recentissima Suite lirica di Alban Berg, brano che il musicista ungherese ascoltò nel luglio 1927 in un concerto a Baden-Baden, ove aveva appena eseguito la sua nuova Sonata per pianoforte.

Il Quartetto n. 3, in programma per il debutto a Perugia del Quartetto Calidore, è indubbiamente il più denso e compresso di Bartók, poco più di un quarto d’ora in cui si concentra un connubio ardito tra la musica d’arte e quella popolare contadina, una sintesi radicale che coniuga un linguaggio armonico cromatico e polimodale (non «atonale», badiamo bene) a un’applicazione delle regole severe del contrappunto più dotto. I ritmi sono irregolari, le sonorità spesso dissonanti e aspre, con un’attenzione particolare all’aspetto timbrico, quasi che fosse un elemento a sé stante. Senza soluzione di continuità, la pagina si divide formalmente in due sezioni principali (in una maniera non dissimile alle due parti – lenta la prima, veloce la seconda – della Csárdás), seguite da due episodi «riassuntivi» più brevi. L’armamentario tecnico richiesto agli esecutori è senza precedenti. Con o senza sordini, i colpi d’arco sono di una varietà infinita: col legno, sul ponticello, a punta d’arco, con tutta la lunghezza dell’arco, sulla tastiera, martellato e – naturalmente – pizzicato. A questi va aggiunto l’uso sempre più frequente del glissando come nuovo elemento, non solo timbrico ma anche espressivo.

Il Quartetto condivise con la Serenata di Alfredo Casella il Premio della Musical Fund Society di Filadelfia, ove ricevette la sua prima esecuzione nel dicembre 1928. Due mesi più tardi, la pagina venne introdotta al pubblico europeo, a Londra dagli ungheresi del Quartetto Waldbauer-Kerpely e a Francoforte sul Meno dal Quartetto del viennese Rudolf Kolisch.

Andrew Starling


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