+39 075 572 22 71 info@perugiamusicaclassica.com

Carl Czerny, improbabile legame tra Beethoven e Liszt

Se il nome di Carl Czerny (1791-1857) è familiare – con un certo senso di apprensione – a ogni studente di pianoforte, è raro trovare le sue musiche nei programmi dei concerti. Ed è soltanto la seconda volta, in più di 2.600 appuntamenti, che appare nel cartellone degli Amici della Musica!

A che cosa dobbiamo questa “dimenticanza”, quando consideriamo che all’età di dieci anni Czerny era stato l’allievo prediletto di Beethoven, il quale gli affidò la prima esecuzione a Vienna del suo Concerto “Imperatore” nel 1812? E quando, tra il 1821 e il 1823, ebbe Franz Liszt – anch’egli, a sua volta, all’età di soli nove anni – come allievo? E le visite del giovane Chopin, quando si recò a Vienna nel 1829? È un enigma di non facile spiegazione, che dobbiamo cercare nella “doppia personalità” del musicista: insegnante infaticabile da un lato (asserì di aver tenuto fino a dodici lezioni al giorno tra il 1815 e il 1836!), dall’altro strumentista dalla tecnica solidissima che paradossalmente rinunciò ad una carriera come concertista. “Al mio modo di suonare – scrisse – manca quella ciarlataneria brillante e calcolata che è generalmente la dote di ogni virtuoso itinerante” (Meinem Spiel stets jene brillante und wohlvorbereitete Charlatanerie fehlte, welche den reisenden Virtuosen meistens so nötig ist).

Una presa di coscienza apprezzabile sotto certi aspetti, ma che venne compromessa – e mal compresa – a causa della sua produzione sterminata, costituita da ben 861 numeri d’opera (di ogni genere immaginabile, tranne l’opera lirica), suddivisa dallo stesso musicista – non senza un tocco di pedanteria – in quattro categorie: studi e esercizi pedagogici; pezzi leggeri per dilettanti; pagine brillanti da concerto; e, dulcis in fundo, musica “seria” (Seriöse Musik).

Non mancarono le critiche, come quelle taglienti di Schumann tra il 1836 e il 1838 sulle colonne della Neue Zeitschrift für Musik: “Al Sig. Czerny non si riesce proprio a stare dietro, per quanto sia veloce un critico. Se io avessi dei nemici darei loro da ascoltare solo di questa musica, per annientarli […] È veramente difficile immaginare un più catastrofico fallimento sul piano della fantasia di quello a cui è andato incontro il Sig. Czerny con la sua ultima grande opera [n. 424]. Questo stimato compositore dovrebbe essere ormai collocato a riposo e ricevere una pensione che sarebbe veramente meritata, purché egli non scriva più”. Fryderyk Chopin si espresse in una maniera più diplomatica: “Sono in buoni rapporti con Czerny e abbiamo suonato insieme più volte a casa sua su due pianoforti. Un brav’uomo, ma niente di più […] Come persona è più cordiale rispetto alle sue composizioni”. Lapidario il commento del collega irlandese John Field (che lo descrisse come “un calamaio vivente”, A living inkpot), e ancora più sarcastico il recensore anonimo sulla Signale für die Musikalische Welt di Lipsia del 1844: “Come Czerny compone. […] Chi non lo conosce, questo compositore prolifico, che tra poco arriverà alla sua opera millesima, dopo aver arrangiato mezzo mondo per quattro mani? […] Se Czerny si fosse sposato, credo che avrebbe anche arrangiato sua moglie per quattro mani”. E da allora Czerny è stato relegato – non senza qualche ingiustizia – ai margini della “Kunstmusik”.

Ma lasciamo da parte le malelingue per passare alla stessa musica, un’occasione rara per poter ascoltare l’unico Concerto di Czerny, in do maggiore op. 153, per pianoforte a quattro mani (quando il suo catalogo straripava di Fantasie, Variazioni e trascrizioni per più d’un pianoforte, arrivando persino ad una versione dell’Ouverture Semiramide di Rossini per otto strumenti e sedici esecutori!). La composizione risale agli anni 1827-30, ed è inutile negare che la scrittura per i solisti sia di una grande brillantezza – come notò il lessicografo Gustav Schilling, “il pianismo di Czerny era di un’eccezionale focosità” (Sein Vortrag war ungemein feurig) – ma è una brillantezza  “mozartiana” filtrata attraverso Ignaz Moscheles (allievo giovanissimo di Mozart per vari anni) e le pagine innovative di Carl Maria von Weber, il cui “programmatico” Invito alla danza era uno dei brani preferiti di Liszt.

Una via di mezzo, in altre parole, tra Brillant Konzertstück da una parte e Seriöse Musik dall’altra: una sonata-allegro iniziale (Allegro con brio) e un “caratteristico” Rondò alla Polacca (Vivace) finale – delizioso l’episodio centrale, più lirico, indicato Dolce cantabile – , con al centro un Adagio espressivo di un certo sapore “notturno”, che accenna alle rarefatte atmosfere espressive di Field e di Chopin.

Czerny come legame improbabile – spesso ignorato – tra Beethoven e Liszt, tra “classico” e “romantico”. “Peccato – osservò l’ex-allievo Liszt nel 1852 – che si sia compromesso con una produttività eccessiva che ha danneggiato il suo valore”. È un giudizio – increscioso? – che perdura ancora oggi. Ma il virtuosismo acrobatico – anche come fine a se stesso – ci diverte  lo stesso.

Andrew Starling


Fondazione Perugia Musica Classica Onlus
Piazza del Circo, 6 06121 Perugia
C.FISC. 80053780542
P.IVA 02673290546


Amministrazione trasparente
PRIVACY POLICY


info@perugiamusicaclassica.com
direzartistica@perugiamusicaclassica.com
perugiamusicaclassica@pec.it


tel. +39 075 572 22 71
fax +39 075 572 52 64
last minute +39 338 866 88 20

Fondazione Perugia Musica Classica 2019