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Clara Wieck Schumann, non solo la “moglie di Robert”

“La pratica artistica è una grande parte del mio spirito, per me è come l’aria che respiro. Preferirei soffrire la fame, piuttosto che suonare in pubblico con soltanto la metà delle mie forze” (Die Ausübung der Kunst ist ja ein großer Teil meines Ichs, es ist mir die Luft, in der ich atme. Hingegen wollt’ ich lieber hungern, als mit halber Kraft öffentlich wirken).

Sono parole di Clara Josephine Wieck Schumann rivolte nel 1868 a Johannes Brahms, il quale simpatizzava con l’amica per gli sforzi necessari a sostenere lunghe tournée concertistiche, e che ci consentono – per una volta – di riflettere sulla figura di Clara (a 200 anni dalla nascita, l’anno scorso) non tanto come la “moglie di Robert Schumann” quanto come festeggiata concertista e sensibile compositrice. Enfant prodige e allieva del padre Friedrich Wieck – dispotico di carattere, ma validissimo insegnante -, diede il suo primo concerto al Gewandhaus di Lipsia nel 1830 all’età di soli 11 anni, partendo l’anno successivo per una serie di esibizioni che la portarono, accompagnata dal padre, a Weimar, Arnstadt, Kassel e Francoforte fino a Parigi, dove suscitò l’ammirazione di maestri come Liszt, Chopin, Berlioz, Paganini, Meyerbeer e altri ancora. Nel 1839 tornò a Parigi per una seconda volta, mentre nel 1838, a Vienna, ricevette diciannovenne la prestigiosa onorificenza di Königliche und Kaiserliche Kammervirtuosin dalle mani dell’imperatore Ferdinand I.

Se per motivi di spazio non ci soffermiamo sul corteggiamento sofferto tra Schumann – anch’egli allievo di Wieck – e Clara, è per ricordare la sua straordinaria carriera come concertista: più di 1.300 concerti in 60 anni – fino al 1891 – in tutta Europa (da Berlino a Vienna, da Londra a San Pietroburgo), tutti documentati da una raccolta singolare di programmi e di volantini alla quale diede inizio l’orgoglioso padre. Fu una carriera difficilissima da conciliare con una vita familiare impegnativa (tra il 1841 e il 1854 ebbe ben otto figli da Robert), quando gran parte dei loro guadagni proveniva dai compensi per i concerti di Clara.

Ed è da notare che, con il passare degli anni, il repertorio della sua attività rappresentò un certo recupero del “classicismo”: poco per volta sparirono dai suoi programmi brani di facile consumo salottiero (di Herz, Henselt,  Pixis e Thalberg), sostituiti a partire dal 1854, l’anno del ricovero di Schumann in un sanatorio di Bonn, da pagine dello stesso marito – autentica “missione” per Clara – accanto a pagine di Beethoven, Mendelssohn e Chopin. Sono i quattro autori che predominano in tutti i suoi concerti, seguiti a distanza da Schubert, Bach e Brahms. E dopo una prima attenzione rivolta a Liszt, Clara evitò accuratamente ogni sospetto di un virtuosismo vacuo, quei “lustrini” – o Flitterwesen, per rubare l’espressione di Robert – che le erano diventati un anatema.

Ciò detto, era consuetudine all’epoca – perlomeno negli anni ’30/’40 – che ogni concerto comprendesse esecuzioni di brani scritti dallo  stesso interprete: da qui nacquero le prime pagine della stessa Clara, che in Robert trovò un sostenitore entusiasta. I due cominciarono presto a “conversare” in musica, come notiamo già nel 1833, quando Clara, all’età di 14 anni, scrisse una Romance variée op. 3 su un “basso” suggerito da Robert (di 9 anni più grande), alla quale Robert rispose subito con gli Impromptus op. 5 sopra il tema creato da Clara.

I due Scherzi in programma per il concerto di Alessandro Taverna del 18 gennaio – del 1838 il primo (Scherzo con passione, in re minore), del 1845 il secondo (Con fuoco, in do minore) – sono pagine “brillanti”, una concessione ai gusti dell’epoca, ma che al tempo stesso mostrano un’evidente sensibilità espressiva di chiaro stampo chopiniano. Entrambi sono in una forma tripartita, con episodi centrali più distesi, per gran parte in maggiore. Nel 1838 Clara era ancora in soggezione ai giudizi del padre, e nel consegnargli il manoscritto dell’op. 10, fece presente: “Non mi sembra troppo lungo, dal momento che l’andatura è molto veloce, ‘appassionato que [sic] possibile’. Mi piace molto la ripetizione del tema principale alla fine del brano. Ma non tagliare per favore il misterioso delle ultime battute: è la parte più bella dell’intero pezzo (Das ist das Schönste im ganzen Dinge)”. Per una volta, e nonostante continuasse a opporsi al matrimonio con Schumann, Friedrich non ebbe nulla da rimproverare alla sua pupilla.

Andrew Starling


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