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Il fondamentale contributo di Haydn al trio con pianoforte

È con Franz Joseph Haydn che il genere del trio con pianoforte acquista importanza e rilievo nella storia della musica, anche se accanto al nome del grande maestro austriaco devono essere affiancati altri compositori, come Boccherini, C.Ph.E. Bach e Clementi (le cui Sonate per pianoforte prevedono sovente l’impiego ad libitum del violino e del violoncello). Erede ultimo delle arcaiche sonate a tre (due violini e basso), il trio – sia per soli archi, sia con il pianoforte (che sostituisce il cembalo), si trasforma e perfeziona a poco a poco sino ad occupare una posizione analoga a quella delle altre forme cameristiche della cosiddetta epoca classica. Come le sonate a tre o a quattro (da camera o da chiesa), inizialmente il trio si presenta poco articolato, adottando una successione di movimenti non particolarmente caratterizzati: in seguito (e i trii del primo Haydn lo dimostrano) si affermano i principi della suite (e per lo più i vari movimenti sono concepiti in una unica tonalità). Dal punto di vista strumentale, il violoncello non è ancora inteso come strumento indipendente, ma svolge una funzione in un certo senso analoga a quella dell’ormai superato basso continuo: il violino è strumento d’accompagnamento, mentre il pianoforte è valorizzato al massimo. Questa funzione motrice, di perno centrale, esercitato dallo strumento a tastiera sarà poi mantenuta in seguito, anche quando il violino e il violoncello diverranno strumenti indipendenti o, meglio, verranno opposti al pianoforte in dinamico contrasto dialogico.

Il Trio in sol maggiore in programma per l’8 settembre a San Gemini fa parte di un gruppo di tre, scritti a Londra e dedicati da Haydn a Rebecca Schroeter, una vedova inglese che aveva chiesto di poter prendere lezioni dall’autore durante la sua prima visita a Londra tra 1791-92. Dall’incontro nacque una fortissima attrazione tra insegnante e allieva. Raccogliendo materiale per una biografia del compositore, Albert Christoph Dies trovò in un suo taccuino la trascrizione di oltre 20 lettere molto calorose della Schroeter. Haydn sorrise: “Sono lettere di una vedova inglese, che si era innamorata di me. Sebbene avesse 60 anni, era ancora molto bella e piena di fascino. Se fossi stato libero all’epoca, l’avrei sposata molto volentieri”. (Ma Dies – o Haydn? – si sbaglia, e non di poco: era Haydn ad avere 60 anni, mentre Rebecca ne aveva appena 40.) E la mancanza di libertà di Haydn era un tasto dolente: pochi compositori ebbero un matrimonio infelice come il suo. Comunque andarono le cose – non abbiamo documenti per indicare se i due continuarono a frequentarsi durante la seconda visita di Haydn a Londra -, la separazione fu evidentemente cordiale: tra coloro che sottoscrissero la pubblicazione dell’oratorio La Creazione (a Vienna, nel 1800) ritroviamo nuovamente il nome di Rebecca.

Il secondo Trio del gruppo, quello odierno, è in assoluto quello più conosciuto di Haydn, in virtù soprattutto del trascinante finale “all’ongarese”, preceduto da due movimenti di un lirismo semplice e disarmante. Il primo tempo (Andante) è un tema con variazioni che oscilla continuamente tra modo maggiore e minore, e con interventi importanti del violino che dà segni inequivocabili di volersi emancipare dal ruolo di “accompagnatore”. Così come, al centro del Poco adagio successivo, una splendida melodia è affidata nuovamente al violino, prima dell’energico e spiritoso finale “In the Gypsies style” (come leggiamo nella prima edizione a stampa), che Brahms deve aver avuto in mente quando scrisse il finale “alla zingarese” del suo Quartetto op. 25. Possiamo solo immaginare quanto sia rimasta contenta Rebecca Schroeter – magari con qualche sospiro di malinconia – di un memento così brillante e personale del suo professore.


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