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I Klavierstücke, il “testamento spirituale” di Johannes Brahms

“Con questo biglietto ci si può accomiatare dalla mia musica, perché è venuta l’ora di smettere” (Sie können mit dem Zettel Abschied nehmen von meinen  Noten – weil es überhaupt Zeit ist, aufzuhören).

Parole lapidarie di Johannes Brahms nel dicembre 1890 in una lettera al suo editore Simrock a Berlino, ma che – per nostra fortuna – si rivelarono un falso allarme: altrimenti  non avremmo mai conosciuto un capolavoro come il Quintetto con clarinetto del 1891, né quel “testamento spirituale” dei venti Klavierstücke del 1892/93, che ebbero inizio con le Fantasie 116 eseguite a novembre da Alexander Melnikov.

Il pianoforte accompagnò l’intera carriera di Brahms, inizialmente – fin verso i primi anni ‘70 – nel ruolo di compositore-concertista, in seguito come interprete di pagine cameristiche soprattutto in ambienti privati, se si eccettua il Secondo Concerto del 1881. La sua produzione pianistica si suddivide principalmente – con qualche sovrapposizione – in tre periodi: il primo, di una grande irruenza energica ammirata tra gli altri da Robert e Clara Schumann, dedicato a forme storiche come la Sonata; il secondo, sempre di un carattere virtuosistico, che si rivolgeva in modo particolare alla forma-variazione (come le poderose Variazioni su temi di Haendel e di Paganini); e il terzo, che invece si “ritira” in raccolte di pagine rapsodiche di durate più brevi – dei “Charakterstücke” (Rapsodie, appunto, Capricci, Intermezzi e Ballate) – tra il 1878/79 e, dopo una pausa di oltre un decennio, negli anni tardivi già ricordati.

Le due raccolte in programma per il concerto del grande Grigory Sokolov sono dell’estate 1893, passata alla stazione termale di Bad Ischl, luogo ameno dell’Alta Austria particolarmente amato dal compositore. Sono una silloge di contrasti di un musicista bifronte, un “Jano” – appena sessantenne, ma di una salute diventata cagionevole – che da un lato guarda indietro alla focosità “eroica” della sua gioventù, dall’altro dà voce ad un’espressività “crepuscolare” e solitaria, accorata nelle sue ambiguità malinconiche. Riflessioni sulla propria mortalità da una parte, dall’altra l’intuizione di aver posto la parola fine al sinfonismo classico con la Quarta Sinfonia del 1885. Il post-Romanticismo e l’Espressionismo – etichette grossolane, lo ammettiamo – di Gustav Mahler e Richard Strauss erano dietro l’angolo.

Da quanto ci è dato sapere dalla loro fitta corrispondenza all’amica e “consigliera” Clara Schumann, Brahms inviò copie manoscritte dell’op. 119 prima ancora di copie dell’op. 118, ricevendo come risposta tutta una serie di encomi. “Il primo [Intermezzo] – aveva avvertito Johannes – “brulica di dissonanze ed è estremamente malinconico: non si può ripetere mai abbastanza l’indicazione ‘da suonare molto lentamente’ (Sehr langsam spielen)”. E Clara gli rispose che lo considerava la “perla grigia” della raccolta, aggiungendo che trovava affascinanti (Reizend) i due Intermezzi successivi, mentre la Rapsodia finale – che Johannes temeva leggermente “rude e grezzo” (Rüde und roh) – era “una pagina meravigliosa (Ein wünderbares Stück), così piena di passione e di energia, ma nello stesso tempo di grazia”. Era dello stesso parere Il critico e amico Eduard Hanslick, recensendo le due raccolte con parole più colorite: “[Sono] monologhi solitari delle ore serali (Monologe […] in einsamer Abendstunde)” che contrappongono sentimenti nostalgici ed onirici a momenti di ribellione (Auflehnung) e a ruminazioni di sconforto. Seriosità espressiva (Adagio il primo Intermezzo, Andantino un poco agitato il secondo), seguita da accenti scherzosi e danzanti (Grazioso e giocoso) per il terzo, e da un clima euforico ed “eroico” – di “ribellione” – per la Rapsodia conclusiva (Allegro risoluto).

Andrew Starling


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