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La musica di Pēteris Vasks, una manifestazione della dualità della natura umana

“La musica è la più potente delle Muse, dal momento che raggiunge la dimensione del divino con più facilità. Sì, è vero, la musica è un’astrazione, ma il suono è capace di esprimere lo spirito, cosa che è più difficile con la parola. Tutto intorno a me, sento parlare della “carne”, ma io voglio gridare: “Dov’è lo spirito, dov’è l’anima?” Le anime sono incolte, come la vegetazione selvaggia della giungla. È per questo che nei miei suoni cerco di rendere manifesto un raggio di luce”.

Il lettone Pēteris Vasks, classe 1946, è una delle voci più singolari dell’area baltica a venire all’attenzione di un pubblico internazionale negli ultimi decenni, sulla scia dell’estone Arvo Pärt da un lato, dall’altro grazie all’attività instancabile del suo connazionale, il violinista Gidon Kremer.

Ma è opportuno fare subito un breve passo indietro, ricordando le repressioni ideologiche – dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1991 la Lettonia, come la Lituania e l’Estonia erano state annesse dall’Unione Sovietica – che condizionavano il periodo giovanile di Vasks e quello, prima di lui, di Pärt. Figlio di un pastore battista in un paese ateo (e perciò respinto per vari anni dal Conservatorio di Riga), Vasks dovette trasferirsi a Vilnius in Lituania per poter continuare i suoi studi di contrabbasso, tornando in seguito in patria, dove finalmente riuscì a studiare composizione a Riga con Valentin Utkin, suonando per vari anni nelle Orchestre della Filarmonica e della Radiotelevisione della capitale. Con il disfacimento dell’Unione Sovietica nel 1991, la Lettonia poté finalmente godere di una libertà nel campo delle arti espressive, e da allora le composizioni di Vasks sono diventate familiari ad un pubblico occidentale.

È autore di pagine orchestrali (tra cui tre Sinfonie e numerosi lavori per orchestra d’archi), Concerti solistici per violino, per viola, violoncello, flauto e corno inglese, brani cameristici (tra cui cinque Quartetti d’archi, due dei quali commissionati dal Kronos Quartet), pianistici e corali. Gran parte dei suoi lavori riportano titoli – Voci, Isola, Messaggio, Viatore, Angelo solitario, Vox amoris e, nel caso del Concerto in programma alla Basilica di San Pietro il 7 aprile 2019, Distant Light, o “Luce lontana” – ma la sua produzione non andrebbe considerata come musica “a programma”. È la dimensione spirituale – la sensazione interiore – che sta a cuore a Vasks, il quale cerca di comunicare con il suo prossimo nella maniera più diretta possibile: “più espressione di sensazioni che pittura” (Mehr Ausdruck der Empfindung als Mahlerey, come nel caso della Sinfonia Pastorale di Beethoven che completa il programma proposto dall’Orchestra da Camera di Perugia insieme a Hugo Ticciati).

O come osserva il musicologo lettone Jānis Kudiņš: “Nella sua produzione Vasks si confronta con problemi globali e senza tempo. Nascita e morte, odio e perdono, armonia e caos dissonante sono temi rappresentati nei suoi lavori in forme sonore molto diverse”. 

Bellissime, infine, le parole dello stesso Hugo Ticciati:

“Il rapporto complesso tra l’uomo, la natura e la bellezza della vita da un lato, l’incombente distruzione morale ed ecologica del mondo dall’altro, è un elemento potente nelle narrative musicali di Vasks. Al suo cuore, la sua musica è una manifestazione intensa della dualità della natura umana, e Distant Light è una delle espressioni musicali più sconvolgenti di questa dualità. Nel corso del suo movimento unico, si alternano momenti di bellezza lirica ad altri di una violenza drammatica; tra malinconia pensierosa e gioia esuberante; tra valzer demoniaci e cantilene angeliche; amore e disperazione. Il brano termina con un valzer conclusivo che pone una domanda inevitabile e urgente. Che cosa percepiamo in questo passaggio finale – ironia esistenziale, nostalgia, o forse un barlume di speranza?”

 

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