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«La musica è libera»: la figura singolare di Friedrich Gulda

Musicista poliedrico o iconoclasta? Pianista “terrorista” o ribelle eccentrico? Contestatore idiosincratico o pioniere del “cross-over”, della “free music”? I giudizi della critica e del discofilo sono tuttora divisi e polarizzati sulla figura singolare del pianista, compositore e improvvisatore austriaco Friedrich Gulda (1930-2000), venuto all’attenzione di un pubblico internazionale nel 1946 come vincitore del Concorso Internazionale di Ginevra. Nel periodo postbellico si presentò come interprete rigoroso della Wiener Klassik, di Mozart e Beethoven in modo particolare, suscitando l’ammirazione tra gli altri di un’altra “ribelle”, l’argentina Martha Argerich (allora studente a Vienna), con un’esecuzione, integrale e in ordine cronologico, delle Sonate di Beethoven. Ma nello stesso tempo, già negli anni ’50, iniziò a sperimentare con il jazz, spesso in compagnia dell’amico e concittadino Joe Zawinul, e nel 1956 si esibì sia al club Birdland di New York che al celebre Newport Jazz Festival.

“Nessuno potrà garantire che diventerò un grande jazzista, ma almeno so di fare quello che è giusto. Non voglio cadere nella routine della vita quotidiana del pianista moderno, né voglio saltare sul carro illusorio del Barocco”. E rivendicando senza modestia la sua attività come quella del “musicista più creativo del secondo Novecento”, dichiarò la sua avversione per “il vicolo cieco della dodecafonia e altre musiche estranee al mondo e misantropiche” (Sackgasse der Zwölftönerei und andere weltfremder Musik und menschenfeindlicher Praktiken). Parole provocatorie, una dichiarazione d’intenti di voler rimuovere le frontiere tra il repertorio classico e quelli “diversi”, per i quali compose brani per il rock group Emerson, Lake & Palmer, i Doors (Variazioni su Light my fire di Jim Morrison), collaborando nei decenni successivi con jazzisti come Chick Corea, Herbie Hancock e nuovamente l’amico Zawinul.

Con il passare degli anni, il pubblico “classico” di Gulda iniziò a esasperarsi davanti al comportamento imprevedibile del musicista: programmi annunciati soltanto al momento del concerto; un abbigliamento casuale (o, in qualche raro caso, senza abbigliamento …); e un certo atteggiamento alienante. Non andiamo oltre: è stato un artista intransigente – paragonabile sotto certi aspetti al coetaneo Glenn Gould -, impossibile da categorizzare o contestualizzare, e lasciamo all’ascoltatore la libertà di riflettere sul Concerto per violoncello in programma il 3 settembre ai Giardini del Frontone per il concerto inaugurale della Sagra Musicale Umbra 2020, certamente la composizione più conosciuta del musicista e paradigma del suo “poli-stilismo”. Il lavoro venne scritto nel 1980 per Heinrich Schiff come solista, accompagnato dall’insolito organico di un’orchestra di fiati, non dissimile al Concerto per violino (1925) di Kurt Weill: flauto e ottavino, 2 oboi, 2 clarinetti, fagotto, 2 corni, 2 trombe, trombone e tuba, ai quali si affiancano chitarra, contrabbasso, basso elettrico e drum kit.

Jazz e classicismo, big band e marching band, musiche con qualche accenno “accademico” da un lato e di estrazione popolaresca dall’altro – quando non dichiaratamente “pop” – che si confrontano e si contrappongono senza convenevoli, come nei riffs energici dell’Ouverture iniziale, che al centro presenta un episodio di meditazione lirica e “alpestre”. Un corale dal vago sapore bachiano introduce l’Idillio successivo, cedendo il passo al centro a un Ländler nuovamente popolare. E quindi una lunga Cadenza virtuosistica per il solista, chiamato due volte a improvvisare liberamente e nella seconda parte all’esecuzione ripetuta di suoni armonici, dove si è tentati a scorgere un “cipiglio” parodistico rivolto alle pratiche dell’avanguardia accademica. Con il Minuetto – rifacimento di un brano tratto dalla Suite Les Hommages (1965) che Gulda amava eseguire assieme alla sua Eurojazz Orchestra – facciamo un ritorno inaspettato all’“antico”, una serenata quasi “rinascimentale” esposta in primo luogo come un dialogo tra solista e chitarra, e il Concerto si conclude con un rutilante Finale alla marcia pieno d’umorismo (il “re della marcia” John Philip Sousa non è lontano!), con un episodio jazz-rock nella parte centrale che  rimanda al clima dell’apertura.

Musica “seria” o musica “leggera”? La domanda è fuori luogo: sono termini che non fecero parte del vocabolario di Gulda. “La musica è libera”, come non si stancava mai di ripetere.

Ricordiamo infine che Gulda si esibì a Perugia quattro volte tra il 1952 e il 1970, con programmi convenzionali che da Galuppi, Bach e Mozart spaziavano a Beethoven, Schubert, Debussy e Prokofiev.

Andrew Starling

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