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La poetica di Janáček e una Sonata che ha rischiato di andare distrutta

La figura di Leoš Janáček è una delle più singolari nella storia della musica nei primi decenni del Novecento. Nato a Hukvaldy in Moravia nel 1854, compì i suoi studi musicali (di pianoforte, organo e composizione) a Praga, a Lipsia e a Vienna, per poi tornare nella capitale morava di Brno – per nulla “provinciale”, ma giudicata tale dai boemi praghesi – dove svolse un’attività circoscritta: da un lato come insegnante e direttore di coro (e soltanto marginalmente come compositore), dall’altro a raccogliere e a trascrivere centinaia e centinaia di motivi della musica popolare morava.

Furono gli anni fondamentali in cui presero forma poco per volta i tratti salienti del linguaggio stilistico di Janáček – sostanzialmente autodidatta, rinnegando gli studi – che avrebbero distinto le sua produzione successiva (vocale, strumentale, orchestrale e soprattutto teatrale). L’opera Jenůfa, composta con fatica tra il 1895 e il 1903, ebbe una prima esecuzione a Brno nel 1904, ma fu soltanto nel 1916 che il lavoro approdò all’Opera di Praga, procurando una notorietà immediata al musicista – più che sessantenne – che si propagò ben presto nel resto d’Europa e poco dopo negli Stati Uniti.

Fu l’inizio di un’ultima stagione creativa di una fertilità impressionante, che comprese le opere Kát’ja Kabanová, La volpe astuta, L’affare Makropoulos e Da una casa di morti, assieme ad altre pagine come la rapsodia sinfonica Taras Bulba, il ciclo vocale Il diario di uno scomparso, i due Quartetti per archi, la Sinfonietta e la Messa glagolitica, ognuna delle quali trasse ispirazione in varia misura dalla figura di Kamila Stösslová (di 37 anni più giovane e moglie di un antiquario di Pisek), di cui il musicista si era invaghito nel 1917.

Per avvicinarci alla poetica di Janáček, è bene ricordare che quasi tutta la sua musica – anche quella strumentale – possiede una dimensione vocale legata intimamente alle inflessioni ritmiche del linguaggio parlato: delle «piccole melodie della parola» (nápĕvky mluvy, il termine dello stesso musicista) che condizionano una metrica estremamente irregolare e che trova espressione il più delle volte in motivi e incisi di breve durata, spesso ripetuti ossessivamente come degli ostinato. E in fatto di armonia, il musicista si concede – ispirato anche da Debussy – la più grande libertà: le vecchie regole del “circolo delle quinte” sono sovvertite e Janáček giustappone tonalità diverse con estrema disinvoltura, pur rimanendo in ambiti armonici fondamentalmente tradizionali (soprattutto in quelle tonalità “scure”, piene di bemolle, preferite dall’autore).

La cosiddetta “Sonata” per pianoforte di Janáček, in programma per il concerto di Benedetto Lupo sabato 29 febbraio 2020, porta in realtà il titolo “1° ottobre 1905, Nella strada” e commemora l’uccisione di un falegname moravo – da parte della polizia asburgica – nel corso di una manifestazione in cui i moravi reclamavano la fondazione di un’Università Ceca a Brno. Sul frontespizio della composizione, leggiamo: “Le scale di marmo bianco della Sala municipale di Brno … L’operaio František Pavlík cade, macchiato di sangue … Venne soltanto per reclamare il diritto allo studio e fu trucidato da assassini crudeli”.

Scritto originariamente in tre movimenti, il brano fu eseguito per la prima volta nel 1906, ma Janáček ebbe subito dei ripensamenti: poco prima del concerto, distrusse il manoscritto del terzo movimento (una Marcia funebre) e successivamente consegnò i fogli dei primi due tempi alle acque della Vltava (“Andarono alla deriva, come dei cigni bianchi”). Tuttavia, la pianista Ludmila Tučková, la prima interprete del brano, aveva ricopiato i primi due movimenti e Janáček acconsentì alla loro pubblicazione nel 1924. Sostanzialmente in mi bemolle minore, entrambi i tempi presentano un’”Esposizione” ritornellata, ma mentre Il presentimento si basa liberamente su due gruppi tematici, La morte ripete ossessivamente un’unica cellula, un ostinato che raggiunge un parossismo di intensità tragica al centro della pagina.

Andrew Starling

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