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La Sinfonia «Tragica» di Franz Schubert

Il 1816 è stato un anno particolarmente prolifico per il diciannovenne Franz Schubert, nonostante le lunghe ore, frustranti e claustrofobiche, di un impiego familiare come insegnante nella scuola diretta dal padre. Tra i lavori di quell’anno troviamo due atti di un’opera rimasta incompiuta (Die Bürgschaft), varie pagine sacre (una Messa, un Magnificat, uno Stabat Mater e due Tantum ergo), una Cantata sostanziosa (Prometheus, purtroppo andata perduta), un Quartetto d’archi, le tre Sonatine op. 137 per violino e pianoforte, oltre 100 Lieder e due Sinfonie, la Quarta (che sarà eseguita dalla Budapest Festival Orchestra per il gran finale della Stagione 2018-2019) – completata nel mese di aprile – e la Quinta, che seguì sei mesi più tardi.

Nel tentativo di liberarsi dal “giogo” paterno, Schubert si era candidato per la posizione di maestro di musica presso la Scuola Tedesca di Laibach (oggi Lubiana, in Slovenia), ma la raccomandazione del Kapellmeister imperiale Antonio Salieri non sortì l’effetto desiderato, e solo in tardo autunno – terminati gli studi privati con Salieri e abbandonata la scuola del padre – Schubert riuscì a stabilire un minimo di indipendenza, trasferendosi nell’appartamento di famiglia dell’amico Franz von Schober. La delusione di Laibach era stata cocente. Si dibatte ancora se il musicista, come sembra, abbia avuto davvero l’intenzione di sposare l’amica di Lichtenthal, il soprano Therese Grob – interprete di molti dei suoi lavori sacri e destinataria di numerosi Lieder – ma ormai era una strada non più perseguibile: nella Vienna del principe Metternich, a quella classe media dalla quale proveniva Schubert era vietato sposarsi, se il marito non poteva certificare i mezzi economici sufficienti per poter sostenere una famiglia. E ad aumentare i sentimenti di disappunto era stato il “vate” di Weimar, Johann Wilhelm von Goethe, il quale rimandò indietro un omaggio confezionato appositamente dal musicista e dall’amico Josef von Spaun in primavera, un volume di 16 Lieder di Schubert su poesie dello stesso Goethe. Il pacco non era stato nemmeno aperto. Non rimaneva che rimettersi a tavolino. 

Dal 1816 ci sono stati tramandati i pochi fogli del diario del musicista. Il 17 giugno annotò con soddisfazione che, per la prima volta, aveva scritto una composizione (la Cantata Prometheus) dietro un compenso, mentre quattro giorni prima ricordò – con grande trasporto – una serata durante la quale, oltre a eseguire delle Variazioni di Beethoven e un paio dei propri Lieder, aveva ascoltato un Quintetto (non identificato) di Mozart: “O Mozart, immortale Mozart! Quante, o quanto infinite, benevoli impronte di una vita migliore e più luminosa [Eines lichtenbesseren Lebens] hai stampato nella nostra anima!”.  

Se i numi tutelari per le prime tre Sinfonie erano stati Haydn e l’“immortale” Mozart, per la Quarta – la prima delle Sinfonie di Schubert in una tonalità minore – non è difficile individuare l’ombra, meno accomodante, di Beethoven. Il titolo di “Tragische”,  tragica, aggiunto al manoscritto dallo stesso Schubert, e la scelta della tonalità di do minore potrebbero far pensare a lavori come la Quinta Sinfonia, la Sonata “Pathétique” o l’Ouverture “Coriolano”, ma è bene ricordare che, se la “tragicità” rappresentava per Beethoven una lotta di grande violenza sonora, per Schubert – pur con una scrittura agitata – significava più un’irrequietezza tonale, un’instabilità armonica, che non una trasformazione cesellata del materiale tematico.

Ce ne accorgiamo subito nei cromatismi sofferti dell’introduzione lenta (Adagio molto) – che a loro volta richiamano la “Rappresentazione del Caos” de La Creazione di Haydn – quando Schubert migra, nello spazio di appena 10 battute, da do minore ad una prima cadenza in sol bemolle maggiore [!]. E quando scatta l’Allegro vivace iniziale – con un tema non dissimile al motivo secondario della Sonata “Pathétique” – si passa in maniera del tutto inusitata a si bemolle minore, a sol minore e quindi a la bemolle per il secondo tema, meno urgente. Anche lo Sviluppo, dopo una ripetizione dell’Esposizione, è armonicamente inquieto, prima di virare a do maggiore per la Ripresa e la conclusione (quando Beethoven, immaginiamo, avrebbe evitato – così presto – una modulazione in maggiore).

Più disteso l’Andante successivo, in cinque sezioni, che ad un primo tema lirico (dolce) in la bemolle maggiore contrappone due episodi turbati in fa minore. Decisamente “beethoveniani” i contraccenti sincopati e gli sforzando che distinguono il Menuetto che segue (Allegro molto, mi bemolle maggiore) – più uno “Scherzo”, in verità –, inquadrando un breve Trio, un Ländler dal sapore popolare. E quindi il nervosismo dell’irruento Finale (Allegro), un moto perpetuo che mette a dura prova le sezioni degli archi in una conversazione animata e imitativa – come in tutta la Sinfonia, del resto – tra violini, bassi (violoncelli e contrabbassi, a volte distinti) e fiati. Come nel primo movimento, il secondo tema – un “sospiro” scambiato tra i primi violini e i fiati – si presenta in la bemolle, e dopo una ripetizione dell’Esposizione e altre escursioni armoniche (persino in la maggiore [!]) Schubert vira – l’avremmo giurato – a do maggiore per la conclusione, enfatica e  trionfante.  

Nessuna delle Sinfonie di Schubert ebbe un’esecuzione pubblica vivente l’autore. La Quarta Sinfonia dovette attendere un concerto a Lipsia il 19 novembre 1849, 21 anni – al giorno – dopo la morte del compositore.

 

Andrew Starling

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