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L’annus mirabilis dei concerti per pianoforte di Mozart

Abbiamo avuto occasione più volte in passato di ricordare come il 1784 fu l’“annus mirabilis” dei Concerti per pianoforte di Mozart: sei lavori, scritti tra i mesi di febbraio e dicembre, destinati non più alla pubblicazione e a un eventuale consumo domestico ma riservati a esecuzioni pubbliche in teatro (e quasi sempre con lo stesso compositore come solista e concertatore); rivolti non più al Liebhaber (o “amateur”) ma al Kenner (o “intenditore”); e in un linguaggio che, persa ogni traccia «galante», assume un’espressività preromantica che tanto colpirà il giovane Beethoven.

Dopo essersi licenziato dal servizio del principe-arcivescovo Colloredo a Salisburgo e stabilitosi a Vienna da tre anni, Mozart dovette cercare nuove fonti di guadagno: da un lato come insegnante di una serie di giovani allieve, dall’altro – fonte più remunerativa – come autore e interprete di nuovi lavori strumentali. Nei primi tre mesi del 1784, sappiamo che il musicista si esibì in non meno di venti serate pubbliche e private, e da una lettera al padre apprendiamo del grande successo di una Akademie di sottoscrizione al Burgtheater il 1° aprile, il cui programma comprese due Sinfonie (a quanto sembra, la Linzer e la Haffner), un nuovo Concerto (probabilmente il K. 451), tre Arie vocali e un’improvvisazione, oltre allo straordinario Quintetto K. 452 con strumenti a fiato che abbiamo potuto ascoltare a febbraio.

Due mesi più tardi, il Quintetto era nuovamente in programma per un concerto organizzato a Döbling, sobborgo di Vienna, alla presenza di Giovanni Paisiello, al quale Mozart volle presentare la sua allieva prediletta, Barbara Ployer, solista in un altro nuovo Concerto – il K. 453 in programma per il gran finale di Stagione – e, insieme al suo maestro, la Sonata K. 448 per due pianoforti. (E a margine notiamo che in quel momento Paisiello era molto festeggiato, dopo il successo ottenuto al Burgtheater, nell’agosto 1783, con l’opera Il barbiere di Siviglia.) Era la seconda volta in due mesi che Mozart aveva affidato un Concerto alla giovane “Babette” (figlia di un funzionario salisburghese trasferitosi anch’egli a Vienna), e la pagina precedente (K. 449) aveva segnato una svolta nella scrittura dei Concerti: le parti per strumenti a fiato non sarebbero state più di raddoppio (ad libitum) ma sarebbero entrate come interlocutori “adulti” in una nuova dialettica – ora una conversazione a tre – assieme al solista e al tutti degli archi, dialettica di un carattere “teatrale” che ci ricorda che il dramma giocoso delle Nozze di Figaro era dietro l’angolo.

Il primo movimento (Allegro) del Concerto K. 453, in sol maggiore, presenta due temi contrastanti, il primo di un certo carattere “militaresco” (non dissimile all’aria di Cherubino – “Non più andrai” – nelle Nozze), il secondo più delicato, di una squisita eleganza. In seguito il solista introduce un nuovo motivo secondario, mentre nello Sviluppo ci attendono sorprese armoniche e improvvise ombre di malinconia. Da sol maggiore si passa a do maggiore per l’Andante, pagina di un’espressione lirica particolarmente intensa e rarefatta (non priva, tuttavia, di cromatismi inquieti) in cui il pianoforte dà vita ad un continuo ed affettuoso dialogo nel ruolo di interlocutore tra la compagine degli archi e le più spiccate individualità dei legni, già impegnati dopo poche battute di introduzione.

L’Allegretto finale è in forma di variazioni con un tema principale di schietto sapore popolare*. Dopo le prime due variazioni, sono i fiati ad entrare in scena da protagonisti accanto al pianoforte e subito dopo ad affiancarsi agli archi in uno struggente sol minore di carattere patetico. Riprende l’atmosfera del teatro, e come in ogni opera buffa che si rispetti, la “scena” finale del Concerto – una “Coda” di notevoli dimensioni – è di una grande animazione (Presto. Finale).

*Notiamo con curiosità che, un mese dopo aver completato il Concerto, Mozart acquistò uno storno addomesticato che amava fischiettare con perizia il tema in questione («Das war schön!» – Che delizia! – annotò il compositore nel suo taccuino, assieme alle note musicali). Tre anni più tardi, il compagno volatile passò a miglior vita, e Mozart, molto dispiaciuto, commemorò la sua sepoltura con dei versi estemporanei: Hier ruht ein lieber Narr, / Ein Vogel Starr. / Noch in den besten Jahren, / Mußt er erfahren / Des Todes bittern Schmerz. / Mir blut’t das Herz / Wen ich daran gedenke. / O Leser! schenke / Auch du ein Thränchen ihm … («Qui giace un caro mattacchione, / uno storno. / Ancora nel fiore degli anni, / dovette conoscere / l’amaro sapore della morte. / Mi sanguina il cuore, / se ci penso. / O lettore! Regalagli / anche tu una lacrimuccia … »).

Andrew Starling

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