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Domenica 10 febbraio 2019 le stelle italiane degli strumenti a fiato insieme a uno dei pianisti più amati dal pubblico di Perugia

I MUSICISTI

Dopo aver vinto il Premio della Critica al Concorso Tchaikovsky di Mosca nel 1990, Pietro De Maria ha ricevuto il Primo Premio al Concorso Internazionale “Dino Ciani” di Milano (1990) e al “Géza Anda” di Zurigo (1994). Nel 1997 gli è stato assegnato il Premio Mendelssohn ad Amburgo. La sua intensa attività concertistica lo vede solista con prestigiose orchestre e con direttori quali Roberto Abbado, Gary Bertini, Myung-Whun Chung, Vladimir Fedoseyev, Daniele Gatti, Alan Gilbert, Eliahu Inbal, Marek Janowski, Ton Koopman, Michele Mariotti, Ingo Metzmacher, Gianandrea Noseda, Corrado Rovaris, Yutaka Sado, Sándor Végh. Il suo repertorio spazia da Bach a Ligeti ed è il primo pianista italiano ad aver eseguito pubblicamente l’integrale delle opere di Chopin in sei concerti. Recentemente ha realizzato un progetto bachiano, eseguendo i due libri del Clavicembalo ben temperato e le Variazioni Goldberg

Primo clarinetto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 2003, Alessandro Carbonare ha vissuto a Parigi, dove per 15 anni ha occupato il posto di primo clarinetto solista all’Orchestre National de France. Sempre nel ruolo di primo clarinetto, ha avuto importanti collaborazioni anche con i Berliner Philharmoniker, la Chicago Symphony e la Filarmonica di New York. Si è imposto nei più importanti concorsi internazionali: Ginevra, Praga, Tolone, Monaco di Baviera e Parigi. Dal suo debutto con l’Orchestra della Suisse Romande di Ginevra, Alessandro Carbonare si è esibito, come solista tra le altre, con l’Orchestra Nazionale di Spagna, la Filarmonica di Oslo, l’Orchestra della Radio Bavarese di Monaco, l’Orchestre National de France, la Wien Sinfonietta, l’Orchestra della Radio di Berlino, la Tokyo Metropolitan Orchestra e con tutte le più importanti orchestre italiane.

Considerato dal pubblico e dalla critica come uno dei migliori oboisti nel panorama internazionale, Francesco Di Rosa ricopre attualmente il ruolo di primo oboe solista nell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia. Nato a Montegranaro (FM) nel 1967, ha studiato con Luciano Franca e Maurice Bourgue ed ha vinto il secondo premio al concorso per oboe di Zurigo “Jugendmusik Wettbewerb 1988” ed altri sei concorsi nazionali di musica da camera. Dal 1994 al 2008 è stato primo oboe solista dell’Orchestra del Teatro alla Scala e della Filarmonica sotto la direzione di Riccardo Muti e Daniel Barenboim. Ha suonato nelle sale da concerto più prestigiose del mondo, è stato diretto dai più celebri direttori d’orchestra, Abbado, Giulini, Muti, Chailly, Gatti, Boulez, Barenboim, Sawallisch, Prêtre, Pappano, Maazel, Mehta, Gergiev, Chung, Koopman e altri ancora.

Primo corno dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Guglielmo Pellarin è cresciuto in una famiglia di musicisti ricevendo i primi insegnamenti dal padre oboista e dalla madre pianista. Inizia lo studio del corno a sette anni e si diploma con il massimo dei voti e la lode presso il Conservatorio di Udine, allievo di Giorgio Arvati, si perfeziona poi con Guido Corti, Andrea Corsini, Radovan Vlatković, Ifor James, Markus Maskuniitty e László Seeman ed entra a far parte dell’Orchestra Giovanile Italiana. Oltre a numerose collaborazioni con rinomate orchestre del panorama internazionale – tra cui Lucerne Festival Orchestra, Orchestra Mozart e Human Rights Orchestra – è cornista del Quintetto di Fiati Italiano e dell’Opter Ensemble, e nella sua attività solistica e cameristica è frequentemente ospite di festival e stagioni concertistiche, in collaborazioni con Alessio Allegrini, Andrea Oliva, Francesco Di Rosa, Alessandro Carbonare, Andrea Zucco, Federico Lovato, Domenico Nordio, Mariella Devia, Alexander Lonquich, Trio di Parma, Ex Novo Ensemble e Rome Chamber Music Festival. Ha eseguito in prima assoluta il Concerto per corno e archi che il compositore Fabián Pérez Tedesco gli ha dedicato.

Primo fagotto solista dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia dal 1985, Francesco Bossone ha collaborato nel medesimo ruolo con Claudio Abbado nella Lucerne Festival Orchestra e nell’Orchestra Mozart, con la Human Rights Orchestra, con l’Orchestra da Camera di Mantova e con l’Orchestra Filarmonica della Scala. È stato invitato dalla Mahler Chamber Orchestra ed ha collaborato con Lorin Maazel e la Symphonica Toscanini. Si è diplomato giovanissimo presso il Conservatorio di Santa Cecilia con il massimo dei voti sotto la guida di Marco Costantini e ha vinto numerose audizioni nazionali ed internazionali (I Pomeriggi Musicali di Milano; Orchestra Regionale Toscana; Accademia Nazionale di Santa Cecilia; Royal Philharmonic Orchestra). Svolge un’intensa attività concertistica in ogni parte del mondo, sia come apprezzato solista che in importanti formazioni cameristiche.

 

IL CONCERTO

Non siamo in possesso dell’autografo del Divertimento in si bemolle maggiore K. 439b/1 di Mozart in programma, ma è lecito supporre che siano brani destinati ad un trio di corni di bassetto (con o senza la partecipazione di clarinetti) e che siano stati concepiti per i riti massonici dell’epoca. I cinque movimenti sono tratti da venticinque brevi pagine che non compaiono nel catalogo tematico del compositore, né ci sono giunte in copie manoscritte. Si tratta con ogni probabilità di pezzi di cui si era impossessato – impropriamente – l’amico Anton Stadler (così, perlomeno, sostenne la vedova Constanze nel 1801), e che vennero assemblati nella forma di cinque “suites” dagli editori Breitkopf & Härtel (nel 1803) e Simrock (nel 1806), con una strumentazione più accessibile di due clarinetti e fagotto.

Il 1784 fu l’annus mirabilis del Concerto per pianoforte – ben sei lavori tra i mesi di febbraio e dicembre – e a marzo Mozart trovò il tempo anche il Quintetto in mi bemolle maggiore K. 452 in programma per il concerto del 10 febbraio 2019 (a quanto pare, la prima volta che pianoforte e fiati si unirono in una pagina cameristica), che considerò addirittura «la cosa migliore ch’io abbia scritto», come scrisse al padre Leopold. Terminato il 30 marzo, il brano fu eseguito appena due giorni più tardi ad un’“accademia”, durante la quale furono presentati i Concerti K. 450 e 451, anch’essi appena composti. L’inventiva melodica del lavoro ha del miracoloso, così come l’equilibrio tra il pianoforte concertante e i fiati, che si esibiscono ora come un gruppo omogeneo ora in dialogo l’uno con l’altro.

Sappiamo che una prima esecuzione delle Variazioni sul Là ci Darem La Mano (dal Don Giovanni) di Beethoven ebbe luogo nel dicembre 1797 in un concerto di beneficenza al Hoftheater, e immaginiamo che il tema – il malizioso duettino tra Don Giovanni e Zerlina, “Là ci darem la mano” – sia rimasto impresso nella memoria di Beethoven, violista in gioventù dell’orchestra di corte di Bonn per più d’una rappresentazione del Don Giovanni. Beethoven esplora tutte le risorse espressive alla sua disposizione: virtuosismo, lirismo, giochi dialoganti tra gli strumenti, moto perpetuo, cambiamenti di metrica, pathos (la sesta variazione, in do minore) e una coda in forma di fugato. Prive di un numero d’opera (WoO, Werke ohne Opus) le Variazioni vennero pubblicate soltanto nel 1914 e più d’uno studioso ipotizza che siano nate in un primo momento come Finale per il Trio op.87. L’esecuzione di questa sera è affidata ad un trio composto da clarinetto, oboe e fagotto.

È dello stesso periodo il Quintetto op. 16 che conclude questo programma, composto con ogni probabilità a Berlino nel 1796, al termine dell’unica “tournée” intrapresa da Beethoven fuori dai confini dell’Austria come pianista solista, a Praga, a Dresda, a Lipsia e a Berlino, appunto, ove il musicista si trattenne per un mese alla corte di Guglielmo II. Gli studiosi si sono sempre affrettati ad indicare il Quintetto di Mozart come un “modello” per quello di Beethoven – nella stessa tonalità di mi bemolle, particolarmente favorevole ai fiati – ma è opportuno ricordare che la versione originale della pagina mozartiana non era stata ancora pubblicata nel 1796-7, per cui si ipotizza che Beethoven abbia potuto prendere in visione o l’autografo o una copia manoscritta. Tuttavia, se si riscontrano certe assomiglianze – compresa l’articolazione in tre tempi, con un’introduzione in tempo lento – è altrettanto evidente che il  carattere irruento di Beethoven, sommo improvvisatore, è già riconoscibile, se non altro per la maniera in cui tende a contrapporre la parte del pianoforte a quelle dei fiati, quasi un Concerto “da camera” – con qualche breve “cadenza” – in cui ogni tema è introdotto dal pianoforte.

 

 

PROGRAMMA

Mozart: Divertimento in si bemolle maggiore K. 439B
Mozart: Quintetto in mi bemolle maggiore K. 452 per pianoforte e fiati
Beethoven: Variazioni su Là ci darem la mano dal Don Giovanni di Mozart WoO 28
Beethoven: Quintetto in mi bemolle maggiore op. 16 per pianoforte e fiati

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