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La Messa in mi minore di Anton Bruckner, un’opera di rarissimo ascolto in Italia

La Seconda delle tre Messe di Anton Bruckner, quella in mi minore in programma per il concerto alla Basilica di San Pietro del 15 settembre 2019, è legata strettamente alla figura di Franz Joseph Rudigier, arcivescovo di Linz, che alla fine degli anni ‘50 diede avvio alla costruzione di una nuova Cattedrale intitolata alla Beata Vergine. (E ricordiamo a margine che pochi anni prima, nel 1854, il pontefice Pio IX aveva promulgato il dogma dell’Immacolata Concezione con la bolla “Ineffabilis Deus”.) La prima pietra venne posata nel 1862, e a Bruckner – all’epoca organista della “vecchia” Cattedrale – venne commissionata una Messa per celebrare la consacrazione di una cappella votiva, ancora da costruire, al centro dell’apside. I lavori tardarono, e la consacrazione avvenne soltanto nel settembre 1869, quando la prima esecuzione della Messa, diretta dallo stesso Bruckner (dopo ben 28 prove!), ebbe luogo all’esterno della cappella, all’aria aperta, dal momento che lo spazio all’interno non poteva accomodare il gran numero di esecutori. Dal generoso Rudigier il musicista ricevette la bella ricompensa di 200 gulden, ma a Vienna, dove ormai risiedeva, continuò a rivedere la partitura, che venne ripubblicata in una nuova versione nel 1882. Il lavoro venne eseguito nuovamente a Linz nel 1885 – nella “vecchia” Cattedrale, con Bruckner all’organo – per celebrare il centenario della fondazione della diocesi: l’arcivescovo Rudigier era deceduto l’anno prima, e la nuova Cattedrale venne completata soltanto nel 1924.

Con il suo trasferimento a Vienna nel 1868, Bruckner si era trovato ad un crocevia di creatività, dedicandosi per la prima volta ad una produzione puramente sinfonica (che nei primi anni ‘70 incontrò l’opposizione – quando non il disprezzo – dell’orchestra “di casa”, la Filarmonica di Vienna), e possiamo considerare le tre Messe come un prologo a questa nuova direzione. Purezza devozionale e omaggi ad una polifonia “neo-palestriniana” da un lato, una densità di scrittura sinfonica – declamazioni omofoniche, non di rado all’unisono, e cromatismi “wagneriani” – dall’altro. A differenza dalle altre due Messe, che richiedono la partecipazione di un organico sinfonico, la Messa in mi minore prevede un gruppo di 15 strumenti a fiato e ottoni – coppie di oboi, clarinetti, fagotti e trombe, quattro corni e tre tromboni – senza un’orchestra d’archi (lontano rimando, viene da immaginare, alla solennità dei mottetti veneziani di Gabrieli, che in più casi prevedevano la partecipazione di cornetti e di tromboni). Il coro è doppio, suddiviso in due gruppi di quattro voci ciascuno (SATB), con parti spesso impervie per i soprani.

L’esecuzione della Messa alla Sagra Musicale Umbra del 1958 (Wiener Kammerchor e strumentisti della Wiener Akademie, diretti di Hans Gillesberger) venne indicata come “prima esecuzione italiana”.

Andrew Starling


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