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Nino Rota: non solo colonne sonore ma “musicista totale”

“Non credo a differenze di ceti e di livelli nella musica. Secondo me, la differenza fra musica ‘leggera’, ’semileggera’ o ‘seria’, è del tutto fittizia. Le musiche di Offenbach […] saranno leggere fin che si vuole, ma di una leggerezza che dura nel tempo e ha una formidabile vitalità. Mentre c’è molta musica della stessa epoca che, rispettabilissima, erudita e serissima, ci rompe le scatole e basta! Il termine ‘musica leggera’ si riferisce solo alla leggerezza di chi l’ascolta, non di chi l’ha scritta. E, in fondo, la leggerezza dell’ascolto è una specie di immolazione della propria presunzione a una facilità degli altri di ascoltare. Per questo non mi offendo, quando mi danno del ‘cinematografaro’: musica per film o altra musica, vi metto sempre lo stesso impegno. È diverso soltanto il territorio tecnico in cui mi muovo”.

Il nome di Nino Rota (1911-1979), come del resto anche quello di Ennio Morricone, è associato inevitabilmente alla composizione di colonne sonore per il cinematografo, pagine sollecitate soprattutto dall’amico fraterno Federico Fellini per oltre 25 anni, da Lo sceicco bianco del 1952 fino a Prova d’orchestra del 1979. Ma questo significherebbe ignorare una copiosa produzione di musiche “astratte” che copre – già in età giovanissima – ogni genere immaginabile, dall’opera lirica all’oratorio, dalla sinfonia al concerto solistico, dalla musica cameristica a quella vocale. Dopo un breve periodo come allievo del severo Ildebrando Pizzetti a Milano, Rota si diplomò a Roma sotto la guida di Alfredo Casella, passando in seguito un periodo fondamentale negli Stati Uniti, al Curtis Institute di Filadelfia, grazie all’interessamento di Arturo Toscanini. Dal 1939 si dedicò instancabilmente all’insegnamento al Conservatorio di Bari (allora “Liceo musicale”), dove ebbe l’incarico di direttore – amato da tutti, senza eccezione dal 1950 fino all’anno della morte, avvenuta nel 1979. Furono lunghi anni di pendolarismo, quasi sempre in treno, tra Roma e la Puglia.

Ma torniamo indietro per un momento al periodo della Seconda Guerra Mondiale. Sebbene Rota fosse riuscito in qualche modo a evitare il fronte (prestando un servizio di leva abbreviato), la situazione economica della famiglia era molto critica: al musicista (con la madre a carico) non venne corrisposto da tempo lo stipendio del Liceo, e comunque non era assolutamente sufficiente a coprire il suo fabbisogno. Così, quando nel 1942 il regista Raffaello Matarazzo, per il quale Rota aveva musicato dieci anni prima il suo primo film, decise di richiamarlo per un nuovo progetto, sembrò essere una delle poche opportunità offerte a un compositore di guadagnare qualche soldo con il proprio mestiere. Fu l’inizio – per necessità economiche – della straordinaria stagione cinematografica di Rota, durata più di 35 anni: 7 pellicole tra il 1942 e il 1945; altre 34 [!] nel quinquennio 1946-50; e ben 77, dopo l’incontro con Fellini nel 1952, nel decennio 1951-60.

Non per questo Rota – ottimo pianista – smise di comporre musiche “d’arte”, e i 15 Preludi in programma per il concerto di Benedetto Lupo il 29 febbraio alla Sala dei Notari sono dell’autunno 1964, dopo gli anni frenetici di “galera cinematografica” (la battuta è dello stesso Rota) dedicati a Visconti e a Fellini tra i 1960-63 con Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo, La dolce vita e 8 ½). Musiche che all’epoca ricevettero molte critiche da parte dei critici più “accademici”, ma che sono l’espressione dell’”altro” lato del camaleontico musicista: delle miniature di brevissima durata – sono in poche a superare i due minuti – che sono un caleidoscopio di stati d’animo contrastanti, spesso distinti da un senso d’umorismo sardonico (e da cadenze finali a volte inaspettate). Una poeticità che richiama inevitabilmente il Clavicembalo ben temperato di Bach da un lato, i Preludi di Chopin dall’altro. Un “musicista totale”, senza pregiudizi, come notò con affetto l’amico riminese. Guai a considerare Rota “soltanto” un autore di colonne sonore.

Andrew Starling


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