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Shostakovich, una Sonata prima degli attacchi della “Pravda”

Nel 1934, Dmitri Shostakovich era sulla cresta dell’onda, autore all’età di diciannove anni di una Prima Sinfonia nel 1925 – il suo lavoro di diploma – che attirò subito un’attenzione internazionale, con esecuzioni dirette a Berlino da Bruno Walter, a Filadelfia da Leopold Stokowski e a Manchester da Hamilton Harty. Erano seguite altre partiture – balletti, musiche di scena, cinematografiche e sinfonico- corali, nonché brani per pianoforte (i 24 Preludi op. 34 e il Primo Concerto op. 35, entrambi del 1933) – che lo individuarono come “portavoce” della musica sovietica, non ancora soggetta alle ideologie repressive del “realismo socialista”.

Ma di lì a poco, le fortune di Shostakovich avrebbero preso una brutta piega. Mentre nei primi mesi del 1934 stava componendo la Sonata in programma a Trevi il 7 settembre, andò in scena l’opera Lady Macbeth del distretto di Mtsensk, che per due anni conobbe un successo senza precedenti – quasi 200 rappresentazioni tra Mosca e Leningrado, nonché in altri paesi europei, a New York, come a Londra e persino in Argentina – prima dell’improvvisa condanna, inappellabile, uscita sulle colonne della Pravda per volontà di Josef Stalin nel gennaio 1936. Le musiche di Shostakovich vennero denunciate come “decadenti”, come “formalismi borghesi”. Era l’inizio del periodo terribile delle “purghe” e delle deportazioni.

Ad ogni modo – ma non “per fortuna” – sono considerazioni che non riguardano la Sonata op. 40, lavoro sotto molti aspetti conservatore, che rispetta forme prettamente classiche – una sonata-allegro bi- tematica, uno “scherzo”, un tempo lento e un rondò finale – ma nel quale, al contempo, cogliamo quel binomio tra il lirico e l’acidulo che continuerà a distinguere tutta la sua produzione.

Se sono lirici i due soggetti dell’Allegro ma non troppo iniziale (il primo presentato dal violoncello, il secondo dal pianoforte), sono turbati nello Sviluppo da un motivo di note ripetute nel pianoforte – già una “firma” del musicista – e il movimento termina, insolitamente, con un Largo che rivisita il materiale tematico in un’atmosfera “spettrale”. Il vigoroso Allegro successivo, pieno di motivi insistenti – degli ostinato -, inquadra un “trio” centrale, in cui il violoncello è chiamato più volte a eseguire una serie “glaciale” di armonici arpeggiati. Con l’introspettivo tempo lento (Largo), introdotto dal solo violoncello (con sordino) a modo di recitativo, intravediamo quel carattere cupo e lamentoso di tanti lavori ancora in divenire (pensiamo in modo particolare ai Quartetti d’archi), mentre l’Allegro conclusivo è un tripudio di energia, tra il sardonico e lo spassoso, a ricordarci che Shostakovich era anche un pianista dalle grandi doti tecniche, accompagnatore di film muti negli anni ‘20 e premiato alla prima edizione del Concorso Chopin a Varsavia nel 1927. Dopo tanti momenti al limite del “lunatico”, il movimento termina all’improvviso, senza preavviso: fine.

La Sonata fu scritta per l’amico Viktor Lubatsky (violoncellista principale del Teatro Bolshoi) e ricevette la sua prima esecuzione, con l’autore al pianoforte, il giorno di Natale 1934. Poco più di un anno più tardi, i due si trovarono ad Arkhangelsk per dei concerti, quando – il 28 gennaio 1936 – Shostakovich comprò una copia della Pravda. Si sentì gelare il sangue, leggendo che era stato bollato come autore di “caos anziché musica”.

Andrew Starling


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