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La Sonata n. 13, il primo capolavoro di Gabriel Fauré

“In questa Sonata si trova tutto quello che può sedurre le persone sensibili [les délicats], la novità delle forme, la ricerca delle modulazioni, sonorità curiose, l’utilizzo dei ritmi più imprevedibili […] Con un solo salto, Fauré si è collocato all’altezza dei maestri”.

Sono le parole di Camille Saint-Saëns nel 1877 sulle colonne del Journal de musique, esprimendo la sua ammirazione per la Sonata op. 13 di Gabriel Fauré in programma per il concerto di Emmanuel Tjeknavorian e Aaron Pilsan il 12 gennaio alla Sala dei Notari. Sono parole di parte (dal 1871 Saint-Saëns presiedeva a Parigi la Société nationale de musique, della quale Fauré era il segretario dal 1874), ma allo stesso tempo saranno in pochi a negare che la Sonata costituisca il primo capolavoro del musicista dei Pirenei. Ed è importante sottolineare il contesto storico in cui nacque il brano, quell’ondata di nazionalismo che seguì la sconfitta della Francia nella guerra franco-prussiana del 1870, un periodo di “rivolta” contro il dominio dell’école allemande deplorato da Saint-Saëns: Fauré stesso riconobbe che “prima del 1870, non avrei nemmeno sognato di scrivere una sonata o un quartetto”.

Nel 1872, il musicista era stato introdotto da Saint-Saëns nel salon della celebre cantante Pauline Viardot-Garcia (ove conobbe anche Gounod, Flaubert e George Sand) e la Sonata op. 13 è dedicata al figlio ventenne Paul, allievo del violinista belga Hubert Léonard, che al compositore diede numerosi consigli durante il periodo di gestazione del brano. (Meno felice, invece, il rapporto con la figlia di Pauline, Marianne, che ruppe il fidanzamento con Fauré pochi mesi dopo la prima esecuzione della Sonata, avvenuta alla Salle Pleyel nel gennaio 1877.) La pagina venne pubblicata subito dall’editore tedesco Breitkopf & Härtel (a patto però che l’autore non pretendesse un compenso) ed ebbe una rapida diffusione in tutta Europa.

Con buona pace di Francis Poulenc, che sessant’anni più tardi deplorò quella “linea sempiterna di violino-melodia delle Sonate francesi dell’Ottocento”, il violino di Fauré non assume mai il ruolo di “prima donna”: semmai, è la scorrevolezza fluida del pianoforte – l’autore era completamente ambidestro – a ritagliarsi un certo protagonismo, attirando l’attenzione sull’inquieto linguaggio armonico di Fauré, improntato agli antichi “modi” d’origine ecclesiastica che stavano alla base dell’insegnamento dell’École Niedermeyer (ove il musicista era stato allievo dello stesso Saint-Saëns). La struttura della pagina è quella “classica”, tradizionale, in quattro tempi: il primo, secondo e quarto seguono la dialettica della forma-sonata, mentre il terzo è un avvincente Scherzo con Trio (fuorché nel titolo). Nell’Allegro molto iniziale si nota la lunga cantilena del pianoforte, di oltre 20 battute, che introduce il primo tema, al quale il violino risponderà con il secondo, dal profilo discendente. Si modula a re minore per l’Andante, in quel ritmo cullante di Barcarola così amato da Fauré: i cromatismi sono contrastati dalla tenerezza del secondo tema, che formerà il climax vibrante in re maggiore.

Difficile non scorgere l’ombra di Mendelssohn nel leggiadro Allegro vivo successivo, che inquadra una sezione centrale – oscillando tra re bemolle e do diesis minore – di grande cantabilità. Il movimento venne ripetuto alla prima esecuzione. E quindi l’Allegro quasi presto finale (con un primo tema sereno e una seconda idea più animata ed incisiva), che termina con l’unico momento di autentico virtuosismo della pagina.

Andrew Starling

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